Vincitori del Premio Nazionale Elio Pagliarani
Antonella Anedda
sezione premio: Premio alla carriera 2025 Vincitore
presentazione poeta: Le stalle. Le stelle - Non è dato sapere se l’abbondanza dei conigli, nel bestiario così amorosamente accudito dall’opera di Antonella Anedda, si debba alla circostanza per cui – racconta lei in Catalogo della gioia – tanti ce n’erano, un tempo, nell’arcipelago cui appartiene l’isola della Maddalena (l’«isola nell’isola» sarda la cui eredità eremitica, per non dire sociopatica, rivendica con sempre maggiore fierezza), arcipelago per ciò detto in antico «Insulæ Cuniculariæ». Ma alle origini della sua poesia, in uno degli episodi più rabbrividenti della prima raccolta Residenze invernali, «un coniglio rovesciato di lato» appare in una «pentola» quale memento mori, calligrafato in una natura morta di gusto quasi fiammingo. E non mancano i conigli, fra le altre bestie riprodotte nelle «immagini» che la loro «adoratrice» allinea nei suoi versi nonché nelle prose mirabili, ora riproposte, della Vita dei dettagli. Sempre nel Catalogo della gioia un altro flash candisce chi dice «io», e sua figlia, come in «una tela di Giovanni Bellini: una vergine / e un coniglio gentile».
Così quando Anedda mi ha parlato di Claudia Losi – che non avevo mai incontrato, ma della quale conoscevo la quête non meno che ossessiva sull’immaginario dei cetacei, The Whale Theory – ho pensato che potesse essere lei la più adatta ad accompagnarla – com’è tradizione ormai del nostro Premio – nella presente occasione. E infatti la visita a Claudia, a Piacenza, non ha deluso le aspettative: avendo scelto lei per Antonella, come ha fatto, appunto un coniglio (accompagnato da una ancora più piccola tartaruga, forse a sua volta allusiva): che al pari degli altri Amuleti – come chiama Losi queste sue piccole ed enigmatiche sculture – vedono delle figure umane abbracciare delle bestie, o viceversa, ma senza necessariamente evocare l’incubo di Füssli, e anzi alludendo forse a una loro segreta e crescente consanguineità: in una visione metamorfica del reale che certo accomuna l’artista alla scrittrice (a proposito di un’immagine di Chagall, per esempio, nella Vita dei dettagli si legge che «la testa della pecora sogna una mucca»).
Ma se nella giovinezza di Anedda gli emblemi animali rientrano per lo più in un’araldica fissa da correlativo oggettivo, nella tradizione insomma del «topo bianco d’avorio» e del «bulldog di legno» di Montale (il quale occhieggia peraltro nella Ballata scritta in una clinica, set caro pure alla discepola), nella scrittrice matura assumono con tutta evidenza un significato diverso, e tanto meno codificato. Nel materialismo tanto stoico che ironico, con sempre maggiore convinzione abbracciato da Anedda, il «grigio topo del cielo», il «cielo d’acciaio delle foto» evocato da Historiae, infatti, finisce per incontrare il «cielo d’acciaio che non finge Eden / e non concede smarrimenti», che tanto continua ad ammaestrarci, della Ragazza Carla. E rispecchiarsi in un muso d’animale equivale allora, per lei, a destituire di ogni privilegio specistico, come piace dire oggi, la coscienza di chi, ciò malgrado, non smette di dire «io». L’antiantropocentrismo di Anedda, che prosegue dichiaratamente quello radicale di Leopardi e Darwin, si spinge ad abbracciare piante e minerali, e in verità il cosmo tutto: che vede, in una prospettiva lucreziana, come il luogo di un infinito transito di particelle, «atomi che pensiamo perdurino / e che invece si perdono nel vuoto / che ci scuote al vento delle stelle e dei pianeti».
«Vorrei disfarmi dell’io è la moda che prescrive la critica / ma la povertà è tale che possiedo solo un pronome», dice Anedda in Historiae, con l’ironia tipica del suo “stile tardo”; per poi paragonare quell’«io» a un mero contenitore, «una busta come quelle usate per la spesa / piena di verdure o pesce surgelato» (già Calvino, dialogando negli anni Settanta con Lévi-Strauss, aveva parlato dell’Identità come di «una specie di sacco o di tubo in cui vorticano materiali eterogenei cui si può attribuire un’identità separata e a loro volta questi frammenti d’identità sono parte d’identità d’ordine superiore via via sempre più vaste»). E davvero il percorso di Anedda pare indirizzato a uno svuotarsi (maestra è sempre l’Amelia Rosselli che voleva «estinguere la passione del sé») che corrisponde pure, però, a un esilarante dilatarsi. Una soggettività espansa e insieme sospesa – in senso filosofico, allora, la si dirà forse neutra – prende la parola in quelli che con una cruciale frase di Kafka Anedda chiama «Cori»: che sono davvero fra le cose più alte, se non in assoluto i vertici, della nostra poesia di oggi. È per questa via che la scrittura in versi e in prosa di Antonella Anedda, in questo primo quarto del nuovo secolo, ha compiuto il miracolo – laicissimo – di ricomporre la frattura che, ormai più di sessant’anni fa, aveva scisso il nostro Novecento poetico in due partiti che non hanno più ragione d’essere, da un bel pezzo ormai, l’un contro l’altro armati. Per onestà intellettuale o si dovrebbe dire forse deontologica, l’«io» che in quest’opera prende la parola – lo si accennava prima – non può non assumersi le proprie responsabilità di essere umano, e anche di individuo storico: malgrado, da tali identità, sempre più drasticamente voglia prendere le distanze. Così, senza arrogarsi la pretesa luciferina del «noi», questa parola in apparenza così mite a sorpresa si rivela una delle pochissime, oggi, in grado di misurarsi col «mondo grande e terribile» di cui parlava Gramsci. Trasmigrando in forma di polvere sulle correnti atmosferiche, questa scrittura ci insegna che «non esistono nomi, autrici, autori, / volano soltanto le parole». E così per ammirarle, a noi che rimaniamo a terra, una volta di più tocca «tirare su la schiena».
Andrea Cortellessa
«Vorrei disfarmi dell’io è la moda che prescrive la critica / ma la povertà è tale che possiedo solo un pronome», dice Anedda in Historiae, con l’ironia tipica del suo “stile tardo”; per poi paragonare quell’«io» a un mero contenitore, «una busta come quelle usate per la spesa / piena di verdure o pesce surgelato» (già Calvino, dialogando negli anni Settanta con Lévi-Strauss, aveva parlato dell’Identità come di «una specie di sacco o di tubo in cui vorticano materiali eterogenei cui si può attribuire un’identità separata e a loro volta questi frammenti d’identità sono parte d’identità d’ordine superiore via via sempre più vaste»). E davvero il percorso di Anedda pare indirizzato a uno svuotarsi (maestra è sempre l’Amelia Rosselli che voleva «estinguere la passione del sé») che corrisponde pure, però, a un esilarante dilatarsi. Una soggettività espansa e insieme sospesa – in senso filosofico, allora, la si dirà forse neutra – prende la parola in quelli che con una cruciale frase di Kafka Anedda chiama «Cori»: che sono davvero fra le cose più alte, se non in assoluto i vertici, della nostra poesia di oggi. È per questa via che la scrittura in versi e in prosa di Antonella Anedda, in questo primo quarto del nuovo secolo, ha compiuto il miracolo – laicissimo – di ricomporre la frattura che, ormai più di sessant’anni fa, aveva scisso il nostro Novecento poetico in due partiti che non hanno più ragione d’essere, da un bel pezzo ormai, l’un contro l’altro armati. Per onestà intellettuale o si dovrebbe dire forse deontologica, l’«io» che in quest’opera prende la parola – lo si accennava prima – non può non assumersi le proprie responsabilità di essere umano, e anche di individuo storico: malgrado, da tali identità, sempre più drasticamente voglia prendere le distanze. Così, senza arrogarsi la pretesa luciferina del «noi», questa parola in apparenza così mite a sorpresa si rivela una delle pochissime, oggi, in grado di misurarsi col «mondo grande e terribile» di cui parlava Gramsci. Trasmigrando in forma di polvere sulle correnti atmosferiche, questa scrittura ci insegna che «non esistono nomi, autrici, autori, / volano soltanto le parole». E così per ammirarle, a noi che rimaniamo a terra, una volta di più tocca «tirare su la schiena».
Andrea Cortellessa
Nanni Balestrini
sezione premio: Premio alla carriera 2015 Vincitore
presentazione poeta: L'arte dell'impazienza. - Una dote nessuno potrà mai disconoscere a Nanni Balestrini - la tempestività. La sua prima raccolta organica di poesie, Come si agisce , esce nelle «Comete» Feltrinelli in data «2 Ottobre 1963». Precisamente in quei giorni, all'Hotel Zagarella di Palermo, si tenevano le prime, tumultuose assise del Gruppo 63. Non era questo il primo libro di Balestrini, che due anni prima dal complice Scheiwiller era già uscito col Sasso appeso (entrando nello stesso '61 fra i cinque Novissimi della cruciale antologia omonima), ma sin dal titolo Come si agisce pare voler dimostrare la vocazione al movimento che quella generazione a tutti i costi voleva incarnare - e in effetti incarnò. Un voler stare precisamente al fuoco del tempo, nella corsa dei giorni. Non fermarsi mai, per nessun motivo. Questo il senso del «movimento», artistico e poi politico, che da cinquant'anni e più anima fiammeggiante quella cosa che è Nanni Balestrini; ancora oggi, che di anni ne ha appena compiuti (il luglio scorso) il venerando numero di ottanta. Nelle pagine destrutturate di Ma noi facciamone un'altra, opera esplosa che con la solita puntualità esce giusto nel '68, si leggono versi che gli saranno, da allora, insegne araldiche: «mentre passiamo bruciando», «non c'è più tempo da perdere», «l'arte dell'impazienza». Frasi prive di nessi che esprimono un'urgenza storica, stavolta, prima che stilistica. La stessa che a partire dall'elegantissimo Tristano, «romanzo multiplo» prima solo virtuale e poi realizzato in migliaia di esemplari uno diverso dall'altro, si versa anche nella dimensione "epica" d'una narrativa che in molti casi è parsa l'unica capace di stare nel vivo di tempi difficili, e per ciò interessanti (si pensi solo a titoli come Vogliamo tutto, La violenza illustrata , Gli invisibili ). Un' arte dell'impazienza , davvero, resta quella di Balestrini: nella sua incessante attività di artista, anche visivo, e forse ancor di più nella mai doma volontà di movimentare, appunto, un paesaggio culturale che senza di lui negli ultimi decenni sarebbe stato, e sarebbe, molto più piatto. Non si contano le iniziative in tal senso, sempre cercando di interpretare - come il segnavento nella poesia famosa di Hölderlin - il senso del presente. Sulle riviste (dal Verri a Quindici, dalla prima alla seconda alfabeta), nelle collaborazioni cogli artisti e coi musicisti, con ogni mezzo e in ogni maniera Balestrini, fin quando avrà fiato in corpo, vorrà dimostrare l'assunto d'un altro suo celebre incipit: «che un'altra storia è possibile»
Mauro Barbetti
sezione premio: Poesia inedita 2020 Vincitore
opera: Frammenti da zone soggette a videosorveglianza
presentazione poeta: I frammenti di Barbetti sono schegge, punte di una macchina linguistica potente, a tratti frontale pur se lo sguardo della e sulla lingua resta più spesso laterale, obliquo alla realtà che offre materia per fare di questa lingua, esperienza. Una macchina dell’ ‘assillo organizzato’ la definirei, della lingua non assertiva, mai conclusiva di un’esperienza che è abitazione dello spazio, vuoto di questo spazio, sua rivisitazione, suo straniamento. Un angolo di lingua che apre a possibilità e intuizioni non consuete contro la pienezza del linguaggio poetico corrente molto spesso prevedibile e alimentato da modelli e archetipi spenti, afasici. I frammenti da queste zone soggette a videosorveglianza, si sostituiscono alla relatività dello sguardo assemblando tutte le possibilità che lo sguardo a distanza, oggettivo, riesce a dilatare o restringere fino a ricostruire mondi alternativi, riconoscibili solo ‘fissando l’inesistenza’ (cit.) Sono le uniche possibilità che la nostra lingua ha di attraversare l’enigma strutturale della realtà, la sfida materica di un conflitto visivo, sfida alla compromissione replicante dell’immagine contemporanea e ordinaria, normativa nella sua circolazione e circolarità mediatica. Conflitto da cui scaturiscono parole che sono figure di capovolgimento della specie: specie che guarda mentre non parla, che viene guardata mentre allestisce la sua scena , la sua scrittura dentro e fuori la scena composta da piazze, vuoti, centri, spazi, condomini, angoli, residenze. Tutto il chiuso e protetto e tutto l’aperto e preda convivono insieme sotto il controllo di un potere reiterativo e ininterrotto, predatorio e mimetizzato, esposto e sfuggente ma finalizzato alla riconfigurazione di ogni libertà di movimento, parola, gesto.
Si sfinisce e si installa una nuova lingua con questa poesia: la lingua delle videosorveglianza, lingua che distrae dall’assenza e all’assenza torna come linguaggio che si ripensa continuamente al presente con pulsioni intellettive molto forti ma mai preponderanti o programmatiche, che sembrano avere come obiettivo quello di far fare all’immagine (con la lingua) quello che la lingua non riesce a fare all’immagine. La videosorveglianza rende questa poesia politica, critica, per definizione e per eccesso, per regola e per eccezione al tempo stesso, come è il nostro tempo. La motivazione che ci ha convinti a scegliere per questa quinta edizione del Premio Nazionale Elio Pagliarani, questa raccolta come finalista, risiede quindi nella certezza che l’autore sappia ormai, senza condizionamenti, epigoni così stringenti o perlomeno condizionanti, (pur risentendo, fortunatamente, di una personale lettura ritmica, materica e politica di Pagliarani) costruire con brillante chiarezza il fotogramma di ogni esperienza della lingua, e anche decostruirla, lasciando però intatto il testo che è telecamera esso stesso della nostra condizione di vigilati, dunque di possibili , se avvertiti in tempo (da questa poesia, anche) necessari residenti di un altrove, liberati dal controllo, in quello spazio/ tempo che l’autore definisce il ‘giardino a fronte’ . (telecamera 26 via Luschi)
Giardino a fronte
attrezzi e giochi da bambino
il piegarsi di piante al vento
un marciapiede
il lampione spento
Ombre e penombre
di un 24 ottobre.
Si sfinisce e si installa una nuova lingua con questa poesia: la lingua delle videosorveglianza, lingua che distrae dall’assenza e all’assenza torna come linguaggio che si ripensa continuamente al presente con pulsioni intellettive molto forti ma mai preponderanti o programmatiche, che sembrano avere come obiettivo quello di far fare all’immagine (con la lingua) quello che la lingua non riesce a fare all’immagine. La videosorveglianza rende questa poesia politica, critica, per definizione e per eccesso, per regola e per eccezione al tempo stesso, come è il nostro tempo. La motivazione che ci ha convinti a scegliere per questa quinta edizione del Premio Nazionale Elio Pagliarani, questa raccolta come finalista, risiede quindi nella certezza che l’autore sappia ormai, senza condizionamenti, epigoni così stringenti o perlomeno condizionanti, (pur risentendo, fortunatamente, di una personale lettura ritmica, materica e politica di Pagliarani) costruire con brillante chiarezza il fotogramma di ogni esperienza della lingua, e anche decostruirla, lasciando però intatto il testo che è telecamera esso stesso della nostra condizione di vigilati, dunque di possibili , se avvertiti in tempo (da questa poesia, anche) necessari residenti di un altrove, liberati dal controllo, in quello spazio/ tempo che l’autore definisce il ‘giardino a fronte’ . (telecamera 26 via Luschi)
Giardino a fronte
attrezzi e giochi da bambino
il piegarsi di piante al vento
un marciapiede
il lampione spento
Ombre e penombre
di un 24 ottobre.
Tomaso Binga
sezione premio: Premio alla carriera 2020 Vincitore
presentazione poeta: Il corpo spiritoso della lettera / Premio nazionale Elio Pagliarani, sesta edizione / Motivazione del Premio alla Carriera a Tomaso Binga / Consegnato il 24 novembre 2020 / Poco prima che il mondo per noi si chiudesse, e ci mettesse in un castigo del quale ancora non vediamo neppure l’ora d’aria, una sede topica del lusso e della frivolezza come l’ultima sfilata della collezione prêt-à-porter di maison Dior, ai giardini del Musée Rodin, a sorpresa s’è riempita delle Scritture viventi e dell’Alfabetiere Murale di Tomaso Binga: un’artista che, con la sua innata irriverenza e la sua intatta forza di provocazione, mai avremmo immaginato potesse trovarsi a suo agio in quel contesto. A torto, evidentemente. Quello che è da sempre un tempio dell’icona femminile con intelligenza ha saputo riconoscere il valore, ma anche la seduzione, di chi da sempre ragiona su questo enigma – per noi maschietti – e su questa realtà – per loro femminucce. Del resto le Scritture viventi di Binga, nei ‘caldi’ anni Settanta, stiepidivano ben bene i fasti un po’ algidi delle «ginecografie» – come giusto allora le chiamava un soggiogato Roland Barthes – del genialissimo, spiritosissimo, frivolissimo Romain de Tirtoff, in arte Erté. Solo che al posto delle donne-sogno, delle donne-uccello, delle donne-colore screziatissime e drappeggiatissime dal genio dell’Art Nouveau, a campeggiare qui è un solo corpo di donna, perfettamente nudo e crudelmente anatomizzato dal bianco e nero: quello della stessa artista, certo.
Nondimeno – ripercorrendo una traiettoria, come quella di Binga, anche cronologicamente ormai ragguardevole – si finisce per pensare che un po’ in tutte le sue diverse o diversissime stagioni, pure nel suo caso, sempre sia stato vero quanto diceva appunto Barthes di Erté: al contempo la Donna presta «alla Lettera la sua figura», ma la Lettera altresì «conferisce alla Donna la sua astrazione». Tratto e icona, parola-segno e parola-corpo, spiazzante nonsense e slogan militante diventano con Binga una cosa sola. Se c’è una figura in cui scrittura delle immagini e figurazione delle parole da sempre s’incontrano con la “presenza” del corpo politico – lo «sperimentare con la vita», per dirla con Amelia Rosselli – questa è Tomaso Binga: poetessa sonora, giocosa performer e insieme artista visiva. Per prima cosa, infatti, Bianca Pucciarelli Menna pensò bene di scandalosamente ‘scrivere’ il proprio nome al maschile, quale Tomaso Binga appunto (rubando la costola di una «emme», ha spiegato, all’ammirato Marinetti): così, con gesto semplice quanto radicale, volendo segnare a dito millenni di discriminazione.
Né va trascurato – pensando ai Laboratori di Elio Pagliarani, che poco dopo si aggiunsero al panorama della medesima effervescente Roma di quegli anni – lo spazio espositivo-performativo del Lavatoio Contumaciale, realtà indipendente tuttora in attività al quale Binga diede vita nel ’74 insieme a suo marito, il grande critico d’arte Filiberto Menna, e presso il quale sono passati un po’ tutti i poeti e gli artisti, i musici e i teatranti inquieti di allora e di oggi.
Per omaggiare Tomaso Binga nella chiave della Sorellanza – parola che le piace più di «femminismo», termine a suo dire logorato – non potevamo pensare che a una vera e propria sorella maggiore, nella militanza verbovisiva non meno che in quella politica, come Mirella Bentivoglio: che nel ’78 invitò Binga alla grande mostra al femminile Materializzazione del linguaggio, da lei curata per la Biennale di Venezia. Nel ringraziare Giuseppe Garrera, che tanto va facendo in questi anni per valorizzare quest’«altra metà dell’avanguardia» – per così ricordare un altro corpo- e spirito-guida che ci ha appena lasciati, Lea Vergine – siamo felici di tracciare, grazie altresì alla generosità delle eredi Bentivoglio, una linea rossa tanto precisa quanto essenziale.
In tempi non sospetti, Binga ha raccontato di recente l’origine onomastica, in sé piuttosto misteriosa in effetti, del «luogo d’incontro e d’aggregazione» al quale ha legato il suo nome, i suoi nomi. «Lavatoio Contumaciale», stava dunque scritto a grandi caratteri smaltati – ancora il corpo della lettera! – su una targa di ferro all’ingresso di quello spazio abbandonato in cui s’imbatté, un bel giorno, dalle parti di Lungotevere Flaminio. Si trattava di un «lavatoio a distanza dove venivano lavati e bolliti i panni delle malattie infettive», e parve allora il nome più adatto a chi voleva «lavare e bollire le idee infette o passatiste». Oggi che contumaci ci tocca essere un po’ tutti, c’è solo da sperare che questa vocazione all’igiene intellettuale, e all’artistica guarigione, anche meno metaforicamente possa suonare come una parola di buon augurio.
Andrea Cortellessa
Nondimeno – ripercorrendo una traiettoria, come quella di Binga, anche cronologicamente ormai ragguardevole – si finisce per pensare che un po’ in tutte le sue diverse o diversissime stagioni, pure nel suo caso, sempre sia stato vero quanto diceva appunto Barthes di Erté: al contempo la Donna presta «alla Lettera la sua figura», ma la Lettera altresì «conferisce alla Donna la sua astrazione». Tratto e icona, parola-segno e parola-corpo, spiazzante nonsense e slogan militante diventano con Binga una cosa sola. Se c’è una figura in cui scrittura delle immagini e figurazione delle parole da sempre s’incontrano con la “presenza” del corpo politico – lo «sperimentare con la vita», per dirla con Amelia Rosselli – questa è Tomaso Binga: poetessa sonora, giocosa performer e insieme artista visiva. Per prima cosa, infatti, Bianca Pucciarelli Menna pensò bene di scandalosamente ‘scrivere’ il proprio nome al maschile, quale Tomaso Binga appunto (rubando la costola di una «emme», ha spiegato, all’ammirato Marinetti): così, con gesto semplice quanto radicale, volendo segnare a dito millenni di discriminazione.
Né va trascurato – pensando ai Laboratori di Elio Pagliarani, che poco dopo si aggiunsero al panorama della medesima effervescente Roma di quegli anni – lo spazio espositivo-performativo del Lavatoio Contumaciale, realtà indipendente tuttora in attività al quale Binga diede vita nel ’74 insieme a suo marito, il grande critico d’arte Filiberto Menna, e presso il quale sono passati un po’ tutti i poeti e gli artisti, i musici e i teatranti inquieti di allora e di oggi.
Per omaggiare Tomaso Binga nella chiave della Sorellanza – parola che le piace più di «femminismo», termine a suo dire logorato – non potevamo pensare che a una vera e propria sorella maggiore, nella militanza verbovisiva non meno che in quella politica, come Mirella Bentivoglio: che nel ’78 invitò Binga alla grande mostra al femminile Materializzazione del linguaggio, da lei curata per la Biennale di Venezia. Nel ringraziare Giuseppe Garrera, che tanto va facendo in questi anni per valorizzare quest’«altra metà dell’avanguardia» – per così ricordare un altro corpo- e spirito-guida che ci ha appena lasciati, Lea Vergine – siamo felici di tracciare, grazie altresì alla generosità delle eredi Bentivoglio, una linea rossa tanto precisa quanto essenziale.
In tempi non sospetti, Binga ha raccontato di recente l’origine onomastica, in sé piuttosto misteriosa in effetti, del «luogo d’incontro e d’aggregazione» al quale ha legato il suo nome, i suoi nomi. «Lavatoio Contumaciale», stava dunque scritto a grandi caratteri smaltati – ancora il corpo della lettera! – su una targa di ferro all’ingresso di quello spazio abbandonato in cui s’imbatté, un bel giorno, dalle parti di Lungotevere Flaminio. Si trattava di un «lavatoio a distanza dove venivano lavati e bolliti i panni delle malattie infettive», e parve allora il nome più adatto a chi voleva «lavare e bollire le idee infette o passatiste». Oggi che contumaci ci tocca essere un po’ tutti, c’è solo da sperare che questa vocazione all’igiene intellettuale, e all’artistica guarigione, anche meno metaforicamente possa suonare come una parola di buon augurio.
Andrea Cortellessa
Vito Bonito
sezione premio: Poesia edita 2015 Vincitore
opera: Soffiati via
biografia: (Bologna, 1963) tra i suoi libri Soffiati via (2015), Fioritura del sangue (2010), La vita inferiore (2004). Ha scritto saggi sulla poesia contemporanea, Pascoli, Beckett, Artaud, il cinema di Aristakisjan, Herzog, Korine
descrizione catalografica: Soffiati via / Vito M. Bonito. - Rovigo : Il Ponte del Sale, 2015. - 119 p. ; 20 cm. ((Collana: La porta delle lingue ; 35
presentazione poeta: «Soffiati via» giunge come più recente tappa di un percorso poetico che ha sempre tenuto lo sguardo fisso sui lembi più sfuggenti dell'esperienza umana, affrontando quindi i confini del dicibile senza nessuna resa all'ineffabile, con una crudeltà analitica che condensa nella brevità del dettato una narratività lucidamente estrema, capace di fondere le singolarità tragiche in una coralità senza redenzione