Finalisti del Premio Nazionale Elio Pagliarani

Lorenzo Mari

sezione premio: Poesia inedita 2018
opera: Querencia
biografia: (Mantova, 1984) vive e lavora a Bologna. Ha pubblicato alcuni libri di poesia; l'ultimo è Ornitorinco in cinque passi (Prufrock Spa, 2016). È uno dei curatori dell'antologia di saggi Il presente di Gramsci. Letteratura e ideologia oggi (Galaad, 2018). Traduce dallo spagnolo e dall'inglese; la traduzione più recente è Il sogno d'inverno dell'architetto (L'Arcolaio, 2017) del poeta irlandese Billy Ramsell. Collabora con le riviste online In Realtà La Poesia, Carteggi Letterari, Fata Morgana Web e Pulp Libri.
presentazione poeta: Il primo codice di Lorenzo Mari è la ripetizione, l'accumulo iterativo - a ottenere però un risultato contrario dall'accumulo deangelisiano: non voce rotta dall'emozione, ma ipnosi. Il secondo codice è l'essere soli davanti a un pubblico: qualcuno è visto, da tanti punti di vista, che l'autore, moltiplicandosi, letteralmente contempla - accostando parole come e , tenendo dunque nello spazio di poche righe la lingua della storia letteraria e della ipercontemporanità. La lingua è bella, spontaneamente inventiva, raramente esibita, poiché ognuna delle invenzioni suona necessaria. E adoperiamo a proposito la parola , perché la musica che sale dalle pagine di Querencia evoca autrici altamente sonore come Rosselli e Gualtieri, dalla musica fluida e insieme complessa, fratta, franta e interrotta, ma musica che tiene fino alla fine.

Lorenzo Mari

sezione premio: Poesia inedita 2015
opera: Ornitorinco in cinque passi
biografia: E' ricercatore post-doc in Anglistica a Parigi. Ha pubblicato alcune raccolte di poesie, tra le quali l'ultima è "Nel debito di affiliazione" (L'Arcolaio, 2013). Ha collaborato alla traduzione di "Canto e demolizione. Otto poeti spagnoli contemporanei" (Thauma, 2012)
presentazione poeta: Si tratta di un transito documentaristico e visionario di emozioni ancora testardamente indagate e di implacate idee tra natura, storia e corporalità. Attraverso spiazzamenti linguistici densi Mari configura etologicamente per noi una specie di Virgilio zoomorfo: l'«Ornitorinco, attante in cinque passi, animale composto di dettagli, inconcluso, semiseria coscienza dell'esausto andirivieni delle vite

Guido Mazzoni

sezione premio: Poesia edita 2018 Vincitore
opera: La pura superficie
biografia: (1967) Ha pubblicato i libri di poesia La scomparsa del respiro dopo la caduta (in Poesia contemporanea. Terzo quaderno italiano, Guerini 1992), I mondi (Donzelli 2010) e La pura superficie (Donzelli 2017) e i saggi Forma e solitudine (Marcos y Marcos 2002), Sulla poesia moderna (Il Mulino 2005), Teoria del romanzo (Il Mulino 2011) e I destini generali (Laterza 2015). È tra i fondatori e coordinatori del sito culturale . Insegna letteratura all'Università di Siena. Vive a Roma.
descrizione catalografica: La pura superficie/ Guido Mazzoni - Roma : Donzelli, 2017. - 78 p. ; 21 cm ((Poesia ; 64
presentazione poeta: La pura superficie è lo schermo opaco su cui scivola lo sguardo quando viene rivolto sull'altro da sé. Fino dal titolo del suo libro Guido Mazzoni costringe il lettore a confrontarsi con il paradosso di un tempo, il nostro, nel quale l'egocentrismo eretto a sistema coesiste con una individualità tanto incerta da doversi continuamente riparare - schermare, appunto. Intorno a questo paradosso è costruita la raccolta: la lingua controllatissima e il rigore dell'architettura, in cui si alternano forme e diverse (differenze, avverte l'autore, insieme fondamentali e irrilevanti) sono gli strumenti impiegati da Mazzoni per recuperare un che non solo non rinnega le sue lacerazioni, ma se ne fa carico. Esponendo lo sfaldamento, il disincanto, l'esibizionismo, l'insignificanza, infine il nostro essere, tutti, , Mazzoni esercita un'assunzione di responsabilità che rappresenta l'unica istanza etica a noi oggi forse concessa. Se la nostra epoca può esprimere una poesia civile, La pura superficie ne è un esempio.

Giulia Niccolai

sezione premio: Premio alla carriera 2016 Vincitore
presentazione poeta: L'arte del pericolo. - In uno dei Nuovi Frisbees che sorvolano ronzanti la gioiosa vecchiaia di Giulia Niccolai si legge: «Come eravamo, / come potevamo essere / pericolosi da giovani, / mine vaganti gli uni / per gli altri, e come / siamo innocui, ora». C'è molto della sua ineguagliabile ironia, in questi pochi versi che tracciano il consuntivo insieme di una stagione remota - l'ultima che poté dirsi a pieno titolo "d'avanguardia", negli anni Sessanta - ma anche di quella presente - in cui questa parola, «avanguardia», non la si pronuncia più neppure per scherzo. Il pericolo e l'innocuità. L'azzardo e il ripiegamento. C'è pure, in cifra, la storia di una vita - quella di Giulia - che nella prima metà è stata improntata al viaggio - non so quanto pericoloso, certo avventuroso - fra i continenti, fra le loro lingue, fra le loro parole, fra queste e le immagini. Mentre, nella sua seconda parte, pare aver trovato la pace, geografica quanto spirituale, nella meditazione buddista. A noi, che la pace invece non abbiamo ancora trovato, il compito di riflettere - tanto su questa innocuità che su quel pericolo. Il «pericolo» non è solo quello, metaforico, di chi si divertiva a pungere, e pungersi, con parole un filo più appuntite della media: se è vero che Giulia ha fatto parte di un cenacolo, quello del Mulino di Bazzano, i cui altri esponenti si sono rivelati «mine vaganti» anzitutto per loro stessi (e che infatti non ci sono più da tanto tempo). Ma i versi citati, lo si diceva, sono un perfetto esempio di quell'ironia che di Giulia è senza dubbio la musa. Ancor oggi, infatti, seppure in modi diversi da quelli di quei tempi pericolosi, il suo linguaggio non rovescia le cose: rovescia se stesso. Per questo ci è parso opportuno - ricordando gli inizi di Giulia fotografa, e il suo esordio letterario che alla fotografia sin dal titolo è dedicato, Il grande angolo - associare al suo nome quello di un'altra artista di oggi, la fotografa Marina Ballo Charmet, che come lei ci parla di pericoli: anche se sottilissimi, ai limiti dell'impercettibile (dunque i più traditori, a ben vedere). Nella sua serie Con la coda dell'occhio, di una ventina d'anni fa, Marina mette a punto una poetica dello sbordamento e del disassamento, e fissa nelle sue immagini quella che gli psicoanalisti chiamano visione laterale: che percepisce senza accorgersene e i cui oggetti risalgono alla coscienza, dunque, solo après coup. Un po' come i Frisbees di Giulia: che a volte comprendiamo, a loro volta, con qualche attimo di ritardo.È in quell'attimo di sospensione che si produce lo spostamento. E che, per quanto microscopicamente, ci si mette - appunto - in una condizione di pericolo. Dove nulla è garantito, stabilito, dato una volta per tutte. Se la geografia fantastica è stata un cavallo di battaglia di Giulia nella prima stagione, essa in effetti percorre tutta la sua opera. Perché, date queste caratteristiche, ogni sua poesia è sempre qui, concretissima nella sua materialità, ma - anche - sempre altrove. Un filosofo che non si voleva affatto innocuo (e in effetti non si può dire lo sia stato), Friedrich Nietzsche, una volta ha paragonato il pensatore a una freccia scoccata dalla natura, che un altro pensatore raccoglie nel punto in cui è caduta per lanciarla altrove. I Frisbees non sono frecce, poiché il loro scopo non è trafiggere - non materialmente, quanto meno - la persona cui vengono indirizzate; ma funzionano allo stesso modo. Quella di Giulia Niccolai è una poesia che viene lanciata lontano perché qualcuno, da qualche parte, la raccolga; la faccia sua; la rilanci ancora.

Aldo Nove

sezione premio: Poesia edita 2020
opera: Poemetti della sera
presentazione poeta: Cantico del materialismo cosmico, i Poemetti della sera sono un inno alla creazione e alle creature che vivono nel tempo ‒ finito e mortale ‒ ma riverberano la musica più vasta dell’universo, seppure da un presente smembrato in “frammenti di un intero / che non ha / più nulla / di vero”. Elio Pagliarani scriveva nel 2003 che la poesia di Aldo Nove ha la “temerarietà dell’ingenuità”: una “visionarietà” candida, ossessiva ed “espressionista” che in questi Poemetti intona una laude al matrilineare (di lunga consuetudine noviana) con l’eco delle metriche ipnotiche di Campana, Pascoli e Caproni mentre i quadri cittadini, trasfigurati nei colori lividi di una Milano di “antracite”, sono visti con lo sguardo di Trakl, vero e proprio alter ego: il poeta dagli occhi di bambino, testimone del trauma bellico che apre il Novecento come della meraviglia dell’attimo azzurro: il momento in cui, all’incrocio di notte e giorno, capita di accedere all’intuizione dell’unità fisica del cosmo, tornando a essere “parte della musica del Creato”.

Fabio Orecchini

sezione premio: Innovazione tecnologica e fusione dei linguaggi 2018 Vincitore
opera: Terraemotus
biografia: (Roma, 1981) realizza opere che attraversano diversi ambiti e media artistici rivolgendo la sua attenzione alle dinamiche linguistiche e culturali di incorporazione e controllo dell'immaginario. Ha presentato i suoi lavori nei maggiori Festival italiani di poesia e nei Musei d'arte contemporanea Ex G.I.L di Campobasso, Sotterranei del Palazzetto dei Nobili de L'Aquila e MAXXI di Roma. Ha partecipato ad alcune collettive tra cui
descrizione catalografica: www.terraemotus.site/
presentazione poeta: Terrae motus è opera corale nata dallo scenario postsismico dell'Aquila in processo di ricontaminazione e riscrittura continuo che, procedendo per fallimenti e mantra assemici, ha dato voce-traccia a fratture, ricomposizioni, tessiture e sommovimenti. Un'installazione in fieri che continuamente si riaggrega in forme differenti nutrendosi delle Relazioni -intercorse- tra gli artisti che l'hanno plasmata -ridefinendosi-, con gli ambienti in cui si è insediata e con tutte le persone che l'hanno attraversata ed esperita, spazio installativo immaginato come un universo ctonio, popolato da corpi disabitati, muti come radiografie di bocche -fossili del dire- cartografie inesatte di un abbandono annunciato, mentre una macchina sciamanica trascrive incessantemente la traccia del remoto, della terra il moto, oltre il confine della lettera, . Allegoria dell'odierno luogo , il nostro tempo, che non da scampo, e come un forcipe attrae_sottrae vita, verità e vita.