Finalisti del Premio Nazionale Elio Pagliarani
Gianluca Garrapa
sezione premio: Poesia inedita 2017
opera: Laddove dovresti cominciare a cadere
biografia: è nato a Lecce nel 1975. Counselor psicoanalitico, conduttore radiofonico, cabarettista, performer, descrittore cromatico; assente su vari siti. Tra i racconti: Un ronzio devastante e altre cose blu, (Bookmark Literary Agency, 2017); tra le poesie: Di fantasmi e stasi. transizioni, (Arcipelago Itaca, 2017), postfazione di Gabriele Frasca.
presentazione poeta: La scrittura poetica di Garrapa presenta un ritmo cardiaco della sintassi tra corpo delle cose e metafisica dell'ambiente testuale che le comprende. E' un ritmo definito da una punteggiatura ossessiva, da figure dell'elencazione altrettanto coattive con unità linguistiche ora brevi ora di estesa fattura, prive spesso di temporalità nascosta dall'accumulo di sostantivi o resa gassosa dai verbi all'infinito, alla maniera di Pizzuto. Il mondo poetico di Garrapa risulta così pulsante e perentorio, si assume il rischio dell'esegesi morale della quotidianità provando a mettere le mani critiche sull'esistenza attraverso una dialogicità che pressa anche il lettore, perplesso ma mai indifferente.
Marco Giovenale
sezione premio: Poesia edita 2017
opera: Strettoie
biografia: è tra i fondatori di gammm.org (2006). Poesia: Shelter (Donzelli, 2010); Storia dei minuti (Transeuropa, 2010); Maniera nera (Aragno, 2016); Strettoie (Arcipelago Itaca, 2017). Prosa: Il paziente crede di essere (Gorilla Sapiens, 2016) e Giornale del viaggio in Italia, in Prosa in prosa (Le Lettere, 2009)
descrizione catalografica: Strettoie / Marco Giovenale. - Osimo : Arcipelago Itaca, 2017. - 83 p. ; 21 cm ((Lacustrine
presentazione poeta: A proposito della sua stessa scrittura, Marco Giovenale in Shelter parlava di un flusso stabilmente interrotto. Sospeso, ripreso. Minacciato di nuovo, costretto a macchie di ombra. Forward e rewind sono nello stesso tasto, libro. E prima ancora, nella Casa esposta, evocava una matrice del mancare, forma preformata di qualsiasi traccia che cede.
Cedimenti e slittamenti sono anche i materiali con i quali è costruito Strettoie, opera composta di tre brevi raccolte scritte e assemblate separatamente, ma tanto omogenee da precipitare in unità. Di nuovo Giovenale si muove dentro l'ossimoro di una stabile interruzione, di un simultaneo avanti-indietro, di un luogo che non riesce a fare a meno di sottrarsi, di non esserci più - o meglio, di essere, come anticipa il titolo, stretto: (...) Deve lasciare in poco tempo questo=quel / poco spazio. Il resto fondato sul resto.
Qui, come e più che nei testi precedenti, si vede come Giovenale si ponga, di fronte al mondo, in una posizione risolutamente sghemba e (apparentemente) di margine, appunto il resto che si fonda sul resto, dove lateralità e letteralità procedono di pari passo, per sussulti successivi: Ma non ci saranno / i caffè (leggi: i locali) / sostituiti da stalli / per i morelli degli psicopatici / che però corrono, vincono, / diventano ricchi e / vi danno lavoro - a quelli come voi.
Voci e controvoci si susseguono in una ideale conversazione che attraversa i testi e nella quale ogni parola sembra restare per un attimo sospesa in aria, come la palla di un giocoliere, o un ologramma pronto a imprimersi nella pupilla. Del resto, proprio per Strettoie Massimiliano Manganelli ha scritto che, più che dire qualcosa con le parole, Giovenale intende far parlare le parole stesse, esponendole come fossero cose.
Cedimenti e slittamenti sono anche i materiali con i quali è costruito Strettoie, opera composta di tre brevi raccolte scritte e assemblate separatamente, ma tanto omogenee da precipitare in unità. Di nuovo Giovenale si muove dentro l'ossimoro di una stabile interruzione, di un simultaneo avanti-indietro, di un luogo che non riesce a fare a meno di sottrarsi, di non esserci più - o meglio, di essere, come anticipa il titolo, stretto: (...) Deve lasciare in poco tempo questo=quel / poco spazio. Il resto fondato sul resto.
Qui, come e più che nei testi precedenti, si vede come Giovenale si ponga, di fronte al mondo, in una posizione risolutamente sghemba e (apparentemente) di margine, appunto il resto che si fonda sul resto, dove lateralità e letteralità procedono di pari passo, per sussulti successivi: Ma non ci saranno / i caffè (leggi: i locali) / sostituiti da stalli / per i morelli degli psicopatici / che però corrono, vincono, / diventano ricchi e / vi danno lavoro - a quelli come voi.
Voci e controvoci si susseguono in una ideale conversazione che attraversa i testi e nella quale ogni parola sembra restare per un attimo sospesa in aria, come la palla di un giocoliere, o un ologramma pronto a imprimersi nella pupilla. Del resto, proprio per Strettoie Massimiliano Manganelli ha scritto che, più che dire qualcosa con le parole, Giovenale intende far parlare le parole stesse, esponendole come fossero cose.
Francesca Gironi
sezione premio: Poesia inedita 2020
opera: A
presentazione poeta: L’uomo è un animale sociale. Aristotele lo aveva capito più di venti secoli fa. Di certo molti secoli prima in cui Charles Darwin, col suo L’origine della specie, pubblicato per la prima volta nel 1859, ma rimaneggiato, dal suo genio botanico, fino alla fine dei suoi giorni, dimostrasse che non ci siamo estinti proprio perché siamo animali sociali. La teoria evoluzionistica di Darwin ha resistito al tempo e alla successiva ricerca scientifica. Il nostro cervello è sociale: condividiamo intenzioni verso obiettivi comuni, siamo progettati per collaborare, e, i più intelligenti tra noi, sono quelli più capaci di comprendere gli altri. Francesca Gironi, con la sua raccolta che non a caso ha intitolato “A”, appunto l’origine, la lettera che inizia l’alfabeto, la prima lettera e la prima vocale, l‘Aleph cui si fa richiamo in una delle poesie, lo urla con tutto il fiato dei suoi versi, con quel respiro pieno di battiti che – lei lo dice chiaro – manca in questi giorni di virus e manca a tutti. Un grido – quello della raccolta della Gironi – quieto, composto, di una fissità che quasi rasenta la morte, un grido pieno di tutti i silenzi contro i quali va a sbattere e si fa male e rimane ferito e torna indietro, come direbbe ancora una volta Aristotele, perché ogni cosa tende verso il suo luogo naturale. E quel grido è disumano proprio perché torna dentro quella devastante solitudine che lo ha generato. La fisica ha dimostrato che Aristotele non aveva ragione: c’è disordine nella materia, non si seguono percorsi, traiettorie, non c’è vocazione. Solo probabilità. Come gli oggetti che affollano i versi della raccolta, in un panpsichismo straniato, elenchi di cose irriconosciute, che non stanno più al loro posto, quello che ci è noto, che si sottraggono alla rassicurante aristotelica relazione di causa ed effetto, e sfuggono, così, a ogni possibilità di com-prensione.
L’Aleph è una lettera muta, non solo in ebraico, ma anche in arabo, l’alif, non si pronuncia. La “A”, invece, ha bisogno, per esistere, che la bocca si apra perbene, che le labbra si disserrino, che i denti si separino. Per questo, la poesia della Gironi, con quel palato che si produce in una vocale che, per essere detta, richiede, fra tutte, l’apertura maggiore, quella del dolore, dell’incredulità, della rabbia, della meraviglia e dell’accettazione, si apre, alla fine e nel mezzo e in ogni verso, alla vita e con la vita, attraverso un delicato e lucido lascito kiplinghiano, morale e bio-logico, a una - ma a tutte- bambina appena nata. Perché se non siamo nati per vivere da soli, non siamo nati per morire da soli.
L’Aleph è una lettera muta, non solo in ebraico, ma anche in arabo, l’alif, non si pronuncia. La “A”, invece, ha bisogno, per esistere, che la bocca si apra perbene, che le labbra si disserrino, che i denti si separino. Per questo, la poesia della Gironi, con quel palato che si produce in una vocale che, per essere detta, richiede, fra tutte, l’apertura maggiore, quella del dolore, dell’incredulità, della rabbia, della meraviglia e dell’accettazione, si apre, alla fine e nel mezzo e in ogni verso, alla vita e con la vita, attraverso un delicato e lucido lascito kiplinghiano, morale e bio-logico, a una - ma a tutte- bambina appena nata. Perché se non siamo nati per vivere da soli, non siamo nati per morire da soli.
Mariangela Guatteri
sezione premio: Poesia edita 2018
opera: Tecniche di liberazione
biografia: (Reggio Emilia, 1963) Insegna la disciplina dello Yoga che considera attività propedeutica anche a quella dello scrivere. Si occupa di varie altre cose, come ha sempre fatto nel corso della vita perché congeniale alla sua modalità di ricerca. L'indagine punta alla realtà e tenta di rilevare i meccanismi condizionanti, per la mente e l'agire umano, in cui tanto il pensiero quanto il linguaggio sono fortemente implicati. Questa è la radice politica del suo lavoro poetico e artistico. Alcuni suoi testi sono stati tradotti in francese, inglese, serbo, greco e svedese. Nel 2011 ha vinto il Premio Lorenzo Montano.
descrizione catalografica: Tecniche di liberazione / Mariangela Guatteri. - Colorno : Tielleci, 2017. - 152 p. ((Benway Serieshttps://issuu.com/benwayseries/docs/guatteri_tecniche_di_liberazione-it
presentazione poeta: Liberazione è un concetto diverso da quello di libertà, implica un dinamismo di fondo, un movimento e un esercizio costanti. La liberazione che sta al centro del libro di Mariangela Guatteri investe tanto la parola quanto l'immagine, che sono liberate insieme, in una sintesi che, senza fonderle, le sottopone alla medesima disciplina di spoliazione dei piani superflui, non necessari. Ne scaturiscono una fotografia a basso profilo tecnologico, dove campeggia sovente il corpo nudo, e una scrittura che si direbbe nucleare, fatta di semplici sintagmi e priva di figuralità. Il libro si conforma dunque come uno spazio nel quale parola e immagine, poesia e fotografia - ormai arti sorelle da diversi anni - non si illustrano vicendevolmente, ma interagiscono secondo un vero e proprio ritmo a volte visibile, a volte più nascosto. Questa architettura, dove si mettono in atto delle tecniche dello sguardo e della parola come si praticano le tecniche della respirazione, rimanda più che mai, e per una volta in senso pieno, alla spesso fraintesa nozione di testo installativo. E in questa specifica installazione, immagine e parola stanno lì in quanto tali, nella loro letteralità: è forse proprio questo il traguardo della liberazione.
Mahmoud Hussein
sezione premio: Progetti di traduzione 2016 Vincitore ex aequo
opera: La ragazza Carla - in lingua araba
biografia: italianista, Badr University del Cairo (BUC). È un intellettuale laico, scrittore, giornalista, traduttore in arabo di Tabucchi, Vittorini, Benni e Dario Fo. Ha pubblicato "Mahfuz in Italia" che ha avuto un riconoscimento speciale al premio Flaiano e "Poesie nelle piazze" da Ensemble, Roma.
presentazione poeta: La magistrale versione in lingua araba di "La ragazza Carla" di Hussein Mahmud, che vedrà la luce presso il Centro Nazionale per la Traduzione del Cairo, riesce a rendere i diversi registri linguistici e l'armonia interna del poema e a trasmette il "timbro del poeta", rispettando scrupolosamente immagini e ritmi del testo.
Andrea Inglese
sezione premio: Poesia edita 2024 Vincitore
opera: Il rumore è il messaggio
presentazione poeta: In coni visivi di varia angolazione e genere si susseguono cronache decostruttive della mistificante favola bella della giusta comunicazione, attraverso sequenze di forte impronta fonetica e performativa, ora monologanti ora a collages di grande brio sperimentale. Affreschi metonimici di codici paralleli western e porno, scomposti e mobili cambiamenti di campo semantico a scoprire le fredde crudeltà intorno ai luoghi e alle condizioni del disagio pasoliniano del non essere compresi e del non dire. Il male della comunicazione quindi c’è, ci riferisce poeticamente Inglese e sta dentro ormai la fisiologia dell’atto del messaggio, riprodotto nell’errore con la costanza del collaborazionismo ignaro. Il rumore come scarto e devianza privata tutela dal rischio dell’azione informativa ridotta al supplizio delle info etiche contemporanee e della perfettibilità ansiosa che avvilisce le varie funzioni di Jakobson, la loro chiarezza, in disseccate parvenze espressive. Così i suoi elementi, codice, mittente e gli altri, si avvicendano in una confusione teatrale di ruoli indotti e identità fittizie fino al dramma ultimo di consistenza politica dell’afasia sociale.
Roberto Milana
Roberto Milana