Finalisti del Premio Nazionale Elio Pagliarani
Federico Federici
sezione premio: Poesia inedita 2016 Vincitore
opera: Mrogn
biografia: (1974) si è laureato in Fisica. Tra i lavori: L'opera racchiusa (2009, Premio L. Montano); Requiem auf einer Stele (2010), Appunti dal passo del lupo (2013, collana a cura di E. De Signoribus), Dunkelwort (2015). Ha tradotto dal russo e curato la prima raccolta postuma di Nika Turbina.
presentazione poeta: L'impronunciabile MROGN è il toponimo dialettale che circoscrive il luogo dell'Appenino ligure dove è ambientata la caccia metafisica inscenata nel libro. In un paesaggio invisibile definito soltanto dalle traiettorie della preda e del cacciatore, si rinnova, come in un cinematografico remake, la mitica battuta del Conte di Kevenhüller. Taglio per taglio, rima per rima, la caccia alla lingua è proiettata in cabina di montaggio. I fotogrammi dell'originale sfilano davanti al lettore memore e complice. Filologia e maniera si dànno la mano per, ancora una volta, cercare di "forare il buio".
Giosetta Fioroni
sezione premio: Premio alla carriera 2023 Vincitore
presentazione poeta: Miele elettrico - Fino a oggi, il premio Pagliarani alla carriera è stato conferito a poeti e scrittori compagni di strada del poeta al quale il premio s’intitola. Il primo è stato Nanni Balestrini, nel 2015; sono seguiti Giulia Niccolai, Carlo Bordini e Carla Vasio; Luigi Ballerini, l’anno scorso, è l’ultimo di questa serie. Il nostro ricordo affettuoso va a chi di loro non è più fra noi: a Nanni, a Giulia, a Carlo. Oltre che poeta in proprio, come sapete Ballerini è critico di vaglia, fra i maggiori pionieri nella diffusione della nostra poesia contemporanea oltre Atlantico (oltre che viceversa); del resto anche Walter Pedullà, poeta della critica e semisecolare compagno di strada di Pagliarani, è stato insignito del premio qualche anno fa. Come pure sapete, il premio alla carriera consiste di un’opera d’arte del nostro tempo. Ricordo che di volta in volta hanno donato i loro lavori artisti di generazioni diverse, che tutti assai ringraziamo, come Gianfranco Baruchello (anche lui ci ha lasciato quest’anno), Emilio Isgrò, Marina Ballo Charmet ed Elisabetta Benassi; solo una volta è stata offerta (per i buoni uffici sempre preziosi di Giuseppe Garrera) l’opera di un’artista che non è più fra noi, Mirella Bentivoglio: ma solo perché quello ci pareva lo sposalizio perfetto con l’opera verbovisiva di Tomaso Binga premiata alla carriera, ahinoi in remoto, nel 2020.
Come si sarà notato, tutti questi artisti intrattengono rapporti vivaci e necessari con la parola, in tutte le sue forme. Rovesciando il punto di vista, anche per Pagliarani il rapporto con gli artisti e la loro gestualità, forse prima ancora che con le loro opere, ha sempre rappresentato uno stimolo decisivo. Tutti ricordiamo Aldo Lavagnino, nella Ragazza Carla, che a un certo punto porta Carla Dondi «a vedere i quadri dei pittori, a bere qualcosa»: punta d’iceberg delle frequentazioni di preferenza nottambule di Elio, cronista all’«Avanti!» in quegli anni di Milano, coi pittori di «Corrente», Giuseppe Migneco e Alberto Casarotti, chiamati a illustrare i suoi primi libri. Verrà poi la volta di Gianni Novak, Giò Pomodoro e Piero Manzoni (che pubblica i suoi versi su «Azimuth»). Ma sarà col trasferimento a Roma, all’alba degli anni Sessanta, che la nostra città diverrà il teatro delle sue frequentazioni più entusiasmanti, che speriamo ci sarà presto modo di ricostruire nel dettaglio: parlo di amici come Gastone Novelli, Achille Perilli e Toti Scialoja. La curiosità di Pagliarani per le arti visive diventa allora, come ricorderà in una frizzante memoria del ’91, «una gioiosa e forte apertura di possibilità, di libertà, di espressività»: comunione non solo di vita ma anche di linguaggio (in «un’idea dell’arte come totalità, e come totalità non metafisica», dirà in altra occasione), in un clima di eccitazione che con formula memorabile Elio chiamava «miele elettrico dell’euforia».
Di questa dolce ed elettrica Roma anni Sessanta, Giosetta Fioroni – che ha festeggiato i suoi novanta lo scorso dicembre – è stata una dinamo fra le più magnetiche. Le sue relazioni più strette, fra i poeti e gli scrittori, erano altre: Germano Lombardi e Goffredo Parise primi fra tutti e con statuto speciale, diciamo; ma poi, e molto, due dei nostri vecchi amici che citavo all’inizio, Nanni Balestrini e Giulia Niccolai. Anche nel suo lavoro successivo, comunque, mai è venuta meno una passione rapinosa e appunto magnetica per le parole della poesia e della letteratura: da Celan a Zanzotto, da Artaud a Bataille, da Beckett a Ceronetti. Parole che ha saputo inserire come nessun altro artista italiano, forse, nella mirabile tapestry – rubo qui, et pour cause, una parola a Parise – del suo lavoro sulla figura e sul colore.
Si dirà che è la prima volta che il premio Pagliarani viene conferito a un’artista visiva anziché a una scrittrice. Bisogna però ricordare che la parola, nell’esistenza oltre che nell’opera di Giosetta, non è solo traccia materiale e «scrizione» – come un po’ in tutti gli artisti folgorati da Cy Twombly, paradossale genius loci d’importazione – ma anche racconto e affabulazione (quanto contano le fiabe, e in generale le mitologie popolari, nella sua couche d’origine!). Una memoria di volta in volta affettuosa e giocosa, talvolta maliziosa e talaltra malinconica, sempre colma di tenerezza e arguzia insieme: per chi ha avuto e ha la fortuna di ascoltarla, oltre che leggerla, davvero un miele elettrico!
Una volta di più rovesciando il nostro, di sguardo, non così diverso dal suo pare il caso di Gian Maria Tosatti, cioè l’artista al quale quest’anno abbiamo chiesto di omaggiare la nostra premiata. Un artista che, pur così giovane, conosce un’archeologia significativa di critico teatrale. Quella per il teatro è un’altra passione che accomuna Giosetta, coi suoi sognanti “teatrini”, ed Elio, a lungo critico militante oltre che drammaturgo col suo talento impareggiabile nel restituire Il fiato dello spettatore. Il lavoro più recente di Tosatti, ora in mostra in una grande personale all’Hangar Bicocca di Milano, si concentra su una figurazione astratta ma di densa matericità, ora splendente ora luttuosa. Dopo aver tanto girato il mondo si tratta forse, per lui, di un ritorno a casa: anche se il titolo NOw/here ci mette sull’avviso che la più stretta contemporaneità, Now, può ben coincidere con un’incollocabilità nel tempo oltre che nello spazio, Nowhere. Anche questo pare un modo di attivarsi elettricamente. Il miele, quello, ce lo mette Giosetta. A dispetto di tutto, noi ne siamo sempre golosi.
Andrea Cortellessa
Come si sarà notato, tutti questi artisti intrattengono rapporti vivaci e necessari con la parola, in tutte le sue forme. Rovesciando il punto di vista, anche per Pagliarani il rapporto con gli artisti e la loro gestualità, forse prima ancora che con le loro opere, ha sempre rappresentato uno stimolo decisivo. Tutti ricordiamo Aldo Lavagnino, nella Ragazza Carla, che a un certo punto porta Carla Dondi «a vedere i quadri dei pittori, a bere qualcosa»: punta d’iceberg delle frequentazioni di preferenza nottambule di Elio, cronista all’«Avanti!» in quegli anni di Milano, coi pittori di «Corrente», Giuseppe Migneco e Alberto Casarotti, chiamati a illustrare i suoi primi libri. Verrà poi la volta di Gianni Novak, Giò Pomodoro e Piero Manzoni (che pubblica i suoi versi su «Azimuth»). Ma sarà col trasferimento a Roma, all’alba degli anni Sessanta, che la nostra città diverrà il teatro delle sue frequentazioni più entusiasmanti, che speriamo ci sarà presto modo di ricostruire nel dettaglio: parlo di amici come Gastone Novelli, Achille Perilli e Toti Scialoja. La curiosità di Pagliarani per le arti visive diventa allora, come ricorderà in una frizzante memoria del ’91, «una gioiosa e forte apertura di possibilità, di libertà, di espressività»: comunione non solo di vita ma anche di linguaggio (in «un’idea dell’arte come totalità, e come totalità non metafisica», dirà in altra occasione), in un clima di eccitazione che con formula memorabile Elio chiamava «miele elettrico dell’euforia».
Di questa dolce ed elettrica Roma anni Sessanta, Giosetta Fioroni – che ha festeggiato i suoi novanta lo scorso dicembre – è stata una dinamo fra le più magnetiche. Le sue relazioni più strette, fra i poeti e gli scrittori, erano altre: Germano Lombardi e Goffredo Parise primi fra tutti e con statuto speciale, diciamo; ma poi, e molto, due dei nostri vecchi amici che citavo all’inizio, Nanni Balestrini e Giulia Niccolai. Anche nel suo lavoro successivo, comunque, mai è venuta meno una passione rapinosa e appunto magnetica per le parole della poesia e della letteratura: da Celan a Zanzotto, da Artaud a Bataille, da Beckett a Ceronetti. Parole che ha saputo inserire come nessun altro artista italiano, forse, nella mirabile tapestry – rubo qui, et pour cause, una parola a Parise – del suo lavoro sulla figura e sul colore.
Si dirà che è la prima volta che il premio Pagliarani viene conferito a un’artista visiva anziché a una scrittrice. Bisogna però ricordare che la parola, nell’esistenza oltre che nell’opera di Giosetta, non è solo traccia materiale e «scrizione» – come un po’ in tutti gli artisti folgorati da Cy Twombly, paradossale genius loci d’importazione – ma anche racconto e affabulazione (quanto contano le fiabe, e in generale le mitologie popolari, nella sua couche d’origine!). Una memoria di volta in volta affettuosa e giocosa, talvolta maliziosa e talaltra malinconica, sempre colma di tenerezza e arguzia insieme: per chi ha avuto e ha la fortuna di ascoltarla, oltre che leggerla, davvero un miele elettrico!
Una volta di più rovesciando il nostro, di sguardo, non così diverso dal suo pare il caso di Gian Maria Tosatti, cioè l’artista al quale quest’anno abbiamo chiesto di omaggiare la nostra premiata. Un artista che, pur così giovane, conosce un’archeologia significativa di critico teatrale. Quella per il teatro è un’altra passione che accomuna Giosetta, coi suoi sognanti “teatrini”, ed Elio, a lungo critico militante oltre che drammaturgo col suo talento impareggiabile nel restituire Il fiato dello spettatore. Il lavoro più recente di Tosatti, ora in mostra in una grande personale all’Hangar Bicocca di Milano, si concentra su una figurazione astratta ma di densa matericità, ora splendente ora luttuosa. Dopo aver tanto girato il mondo si tratta forse, per lui, di un ritorno a casa: anche se il titolo NOw/here ci mette sull’avviso che la più stretta contemporaneità, Now, può ben coincidere con un’incollocabilità nel tempo oltre che nello spazio, Nowhere. Anche questo pare un modo di attivarsi elettricamente. Il miele, quello, ce lo mette Giosetta. A dispetto di tutto, noi ne siamo sempre golosi.
Andrea Cortellessa
Giovanni Fontana
sezione premio: Premio alla carriera 2024 Vincitore
presentazione poeta: Con le cinque dita - Nel 1919 Rainer Maria Rilke confessava che la scoperta della poesia araba, alla cui nascita concorrono i «cinque sensi […] in modo sincronizzato e regolare», gli avesse fatto capire, di contro, la limitatezza di quella europea, tutta consegnata agli occhi invece, e alla testa recettore ed elaboratore della loro percezione: «una poesia compiuta può nascere», proclamava, «solo a condizione che» vi si manifesti per intero «il mondo, sollevato contemporaneamente con cinque leve». A questa sua esclamazione, racconta, un’amica rispose che di «questa meravigliosa facoltà e attività simultanea di tutti i sensi» in effetti chiunque può fare esperienza: nella «grazia dell’amore».
Si può riassumere in queste poche frasi, forse, la storia poetica ricca e strana di Giovanni Fontana, oggi insignito del premio Pagliarani alla carriera nella sua nona edizione. La vocazione intermediale, la concezione “espansa” o “aumentata” della scrittura, che Elio condivideva coi Novissimi suoi compagni di strada, è stata già omaggiata l’anno scorso col premio a Giosetta Fioroni, artista visiva che di parole s’è nutrita tutta la vita; e se l’anno scorso ricordavamo le collaborazioni di Pagliarani coi pittori espressionisti e realisti degli anni Cinquanta a Milano, e quelle coi demiurghi del segno nel «miele elettrico» – come l’aveva definito – della Roma d’avanguardia dei Sessanta, stavolta non si può non pensare agli echi musicali così frequenti nel corpus del poeta che per decenni ha fatto il critico a teatro, nell’autore della Ballata di Rudi. Quello del «grottesco per musica» Pelle d’asino, da lui realizzato in collaborazione con Alfredo Giuliani e Gastone Novelli, non è che un esempio. Più in generale, fra Lezione di fisica e Trittico di Nandi – il cui refrain, «rosso corpo lingua», ha dato il titolo alla rivista diretta da Cetta Petrollo, di cui s’è parlato qui stamattina, che raccoglie gli studi più originali sulla sua opera –, la vocazione acroamatica e gestuale del performer fece di Pagliarani l’interprete più “corporale” della Neoavanguardia. Lo dice lo stesso Elio nel libro che raccoglie le sue cronache teatrali e il cui titolo è tutto un programma, Il fiato dello spettatore: «A teatro è il fiato dello spettatore che dà fiato all’attore. Lo so per via che ogni tanto recito versi: io vario, essi variano, in funzione di chi ascolta, e viceversa. (E posso anche diventare bellissimo.)»
Ora, nel panorama della poesia attuale non si può indicare nessuno che più di Giovanni Fontana abbia saputo proseguire su questa strada. Allievo ai tempi mitici del Mulino di Bazzano, ormai quasi mezzo secolo fa, di quell’Adriano Spatola della cui opera si farà poi attento e provvidenziale curatore, il teorico della poesia «epigenetica» ha non solo patrocinato, ma sempre instancabilmente praticato, quello che è uno sviluppo della «poesia totale» a suo tempo bandita dal mentore: dove non solo le arti vengono convocate l’una alla presenza dell’altra, ma concrescono letteralmente l’una sull’altra, così moltiplicando la propria presa sul mondo. Anche questo lo diceva il vecchio Rilke: il poeta che sa valicare gli «abissi che separano un senso dall’altro» finisce per «sviluppare questa mano a cinque dita […] dei suoi sensi al fine di giungere a una presa sempre più viva e intelligente». C’è una foto bellissima di Fontana, opera del nostro Dino Ignani, che lo ritrae nel pieno di una performance: il poeta si rivolge allo spettatore spalancando le mani davanti ai nostri occhi, le cinque dita divaricate al massimo per afferrare più spazio possibile. Ma è pure, si capisce, il gesto dell’incantatore. Proprio questa immagine è stata riprodotta sulla fascetta editoriale di Controcanti, l’ultimo libro di Fontana uscito quest’anno per i tipi di Molesini, che raccoglie più di quarant’anni di sue collaborazioni musicali appunto. In un componimento destinato a Roman Vlad il cui titolo è un imperativo, Immagina, programmaticamente Giovanni ci si rivolge così: «adesso immagina vertigini di accenti / immagina (poi) di sensi spalancati e ingegni / la musica insegue spazi e geometrie / immagina (nel bianco) le note che s’addensano / l’eco chiarisce // immagina». Dove si capisce come le vertigini dei suoni si producano lungo spazi e geometrie, colori ed echi di immagini e di suoni: proprio come, ricordate l’amica di Rilke?, nell’esperienza dell’amore.
E davvero non si poteva immaginare, a gemellare il poeta premiato – secondo quella che è ormai una nostra tradizione –, nessuno meglio di Massimo Bartolini, cioè l’artista del panorama odierno che più abbia legato il suo nome alla sperimentazione sonora: nel cui segno fra l’altro è reduce come saprete, non più d’un mese e mezzo fa, dal successo – anche un po’ di scandalo, che non fa mai male in questi casi – dell’opera con la quale per intero ha riempito il Padiglione Italia all’ultima Biennale di Venezia (e che potete dunque visitare sino al prossimo novembre), Due qui-To Hear. Altro titolo programmatico, questo, nel giocare con l’omofonia trans-linguistica che appaia l’ascolto (to hear) al senso del luogo (here, cioè appunto qui): chi ha visto il suo controverso (e poeticissimo) Padiglione sa come sia appunto il suono che lo anima a non solo conformare l’architettura del luogo ma, ciò che più conta, i percorsi di chi lo visita.
Ed è ancora più giudizioso degli altri accoppiamenti annoverati dalla nostra piccola tradizione, mi pare, l’opera scelta da Bartolini per questa occasione. Il “disco d’artista” da lui confezionato appositamente per noi, infatti, riproduce una sua composizione del 2009, Ur- Geräusch, che prende il titolo – Rumore primigenio o, come mi pare preferisca tradurre Bartolini, originario – giusto da quello della pagina di Rilke che citavo all’inizio. Ascolto Il suono che ascoltiamo (giusto per qualche istante, la composizione dura una cinquantina di minuti e si può ascoltare su YouTube) è stato sintetizzato, dall’artista di oggi, nel tentativo di proditoriamente realizzare un’analogia immaginata dal poeta di un secolo fa. Per spiegare l’emozione culturale provocatagli ai tempi della scuola dall’introduzione del «fonografo» (il brevetto di Edison risaliva al 1878), Rilke paragona infatti il percorso irregolare della puntina di setola, che incide il cilindro di cera, alla «sutura coronale» che percorre l’apice del cranio umano. Seguendo i corsi di anatomia all’École des Beaux-Arts, il giovane poeta resta affascinato dall’«energia» e dall’«elasticità» dello scheletro umano che già aveva ammirato, dice, «nei fogli di Leonardo»: soprattutto lo magnetizza quel «guscio» corticale che racchiude tutte le nostre emozioni, i nostri ricordi, l’inguaribile divagare dei nostri pensieri. Al punto che, racconta, si procurò uno di quei crani e per qualche tempo passò in sua compagnia le sue «ore notturne». Non, alla maniera dello Yorick shakespeariano, come memento mori, ma – pressoché al contrario, direi – quale emblema della fisicità, della concreta essenza materiale della nostra psiche o, per chi preferisca dire così, della nostra anima.
Ancora oggi le macchine che ci assistono nella manutenzione del nostro corpo (come, ricordo con un sorriso, piace definire la nostra esistenza all’amica Giosetta) emettono suoni di natura inorganica, certo, e che però metonimicamente ci paiono legati all’origine, alla matrice primigenia dei corpi cui si applicano. Credo sia stata di questo genere la scommessa di Massimo Bartolini nel concepire e realizzare Ur-Geräusch. Attraverso quello che può apparire un suono alieno, riscopriamo invece quanto abbiamo di più intimo: quell’alveo misteriosamente pre-linguistico che Roland Barthes chiamava «brusio della lingua» ma che non è altro, in effetti, che il respiro del nostro corpo. Ed è allora l’omaggio più sentito, questo suo, a un’arte che non gli appartiene ma che ammira con passione. Questa piccola e grande scoperta, infatti, i poeti la fanno da sempre.
Andrea Cortellessa
Si può riassumere in queste poche frasi, forse, la storia poetica ricca e strana di Giovanni Fontana, oggi insignito del premio Pagliarani alla carriera nella sua nona edizione. La vocazione intermediale, la concezione “espansa” o “aumentata” della scrittura, che Elio condivideva coi Novissimi suoi compagni di strada, è stata già omaggiata l’anno scorso col premio a Giosetta Fioroni, artista visiva che di parole s’è nutrita tutta la vita; e se l’anno scorso ricordavamo le collaborazioni di Pagliarani coi pittori espressionisti e realisti degli anni Cinquanta a Milano, e quelle coi demiurghi del segno nel «miele elettrico» – come l’aveva definito – della Roma d’avanguardia dei Sessanta, stavolta non si può non pensare agli echi musicali così frequenti nel corpus del poeta che per decenni ha fatto il critico a teatro, nell’autore della Ballata di Rudi. Quello del «grottesco per musica» Pelle d’asino, da lui realizzato in collaborazione con Alfredo Giuliani e Gastone Novelli, non è che un esempio. Più in generale, fra Lezione di fisica e Trittico di Nandi – il cui refrain, «rosso corpo lingua», ha dato il titolo alla rivista diretta da Cetta Petrollo, di cui s’è parlato qui stamattina, che raccoglie gli studi più originali sulla sua opera –, la vocazione acroamatica e gestuale del performer fece di Pagliarani l’interprete più “corporale” della Neoavanguardia. Lo dice lo stesso Elio nel libro che raccoglie le sue cronache teatrali e il cui titolo è tutto un programma, Il fiato dello spettatore: «A teatro è il fiato dello spettatore che dà fiato all’attore. Lo so per via che ogni tanto recito versi: io vario, essi variano, in funzione di chi ascolta, e viceversa. (E posso anche diventare bellissimo.)»
Ora, nel panorama della poesia attuale non si può indicare nessuno che più di Giovanni Fontana abbia saputo proseguire su questa strada. Allievo ai tempi mitici del Mulino di Bazzano, ormai quasi mezzo secolo fa, di quell’Adriano Spatola della cui opera si farà poi attento e provvidenziale curatore, il teorico della poesia «epigenetica» ha non solo patrocinato, ma sempre instancabilmente praticato, quello che è uno sviluppo della «poesia totale» a suo tempo bandita dal mentore: dove non solo le arti vengono convocate l’una alla presenza dell’altra, ma concrescono letteralmente l’una sull’altra, così moltiplicando la propria presa sul mondo. Anche questo lo diceva il vecchio Rilke: il poeta che sa valicare gli «abissi che separano un senso dall’altro» finisce per «sviluppare questa mano a cinque dita […] dei suoi sensi al fine di giungere a una presa sempre più viva e intelligente». C’è una foto bellissima di Fontana, opera del nostro Dino Ignani, che lo ritrae nel pieno di una performance: il poeta si rivolge allo spettatore spalancando le mani davanti ai nostri occhi, le cinque dita divaricate al massimo per afferrare più spazio possibile. Ma è pure, si capisce, il gesto dell’incantatore. Proprio questa immagine è stata riprodotta sulla fascetta editoriale di Controcanti, l’ultimo libro di Fontana uscito quest’anno per i tipi di Molesini, che raccoglie più di quarant’anni di sue collaborazioni musicali appunto. In un componimento destinato a Roman Vlad il cui titolo è un imperativo, Immagina, programmaticamente Giovanni ci si rivolge così: «adesso immagina vertigini di accenti / immagina (poi) di sensi spalancati e ingegni / la musica insegue spazi e geometrie / immagina (nel bianco) le note che s’addensano / l’eco chiarisce // immagina». Dove si capisce come le vertigini dei suoni si producano lungo spazi e geometrie, colori ed echi di immagini e di suoni: proprio come, ricordate l’amica di Rilke?, nell’esperienza dell’amore.
E davvero non si poteva immaginare, a gemellare il poeta premiato – secondo quella che è ormai una nostra tradizione –, nessuno meglio di Massimo Bartolini, cioè l’artista del panorama odierno che più abbia legato il suo nome alla sperimentazione sonora: nel cui segno fra l’altro è reduce come saprete, non più d’un mese e mezzo fa, dal successo – anche un po’ di scandalo, che non fa mai male in questi casi – dell’opera con la quale per intero ha riempito il Padiglione Italia all’ultima Biennale di Venezia (e che potete dunque visitare sino al prossimo novembre), Due qui-To Hear. Altro titolo programmatico, questo, nel giocare con l’omofonia trans-linguistica che appaia l’ascolto (to hear) al senso del luogo (here, cioè appunto qui): chi ha visto il suo controverso (e poeticissimo) Padiglione sa come sia appunto il suono che lo anima a non solo conformare l’architettura del luogo ma, ciò che più conta, i percorsi di chi lo visita.
Ed è ancora più giudizioso degli altri accoppiamenti annoverati dalla nostra piccola tradizione, mi pare, l’opera scelta da Bartolini per questa occasione. Il “disco d’artista” da lui confezionato appositamente per noi, infatti, riproduce una sua composizione del 2009, Ur- Geräusch, che prende il titolo – Rumore primigenio o, come mi pare preferisca tradurre Bartolini, originario – giusto da quello della pagina di Rilke che citavo all’inizio. Ascolto Il suono che ascoltiamo (giusto per qualche istante, la composizione dura una cinquantina di minuti e si può ascoltare su YouTube) è stato sintetizzato, dall’artista di oggi, nel tentativo di proditoriamente realizzare un’analogia immaginata dal poeta di un secolo fa. Per spiegare l’emozione culturale provocatagli ai tempi della scuola dall’introduzione del «fonografo» (il brevetto di Edison risaliva al 1878), Rilke paragona infatti il percorso irregolare della puntina di setola, che incide il cilindro di cera, alla «sutura coronale» che percorre l’apice del cranio umano. Seguendo i corsi di anatomia all’École des Beaux-Arts, il giovane poeta resta affascinato dall’«energia» e dall’«elasticità» dello scheletro umano che già aveva ammirato, dice, «nei fogli di Leonardo»: soprattutto lo magnetizza quel «guscio» corticale che racchiude tutte le nostre emozioni, i nostri ricordi, l’inguaribile divagare dei nostri pensieri. Al punto che, racconta, si procurò uno di quei crani e per qualche tempo passò in sua compagnia le sue «ore notturne». Non, alla maniera dello Yorick shakespeariano, come memento mori, ma – pressoché al contrario, direi – quale emblema della fisicità, della concreta essenza materiale della nostra psiche o, per chi preferisca dire così, della nostra anima.
Ancora oggi le macchine che ci assistono nella manutenzione del nostro corpo (come, ricordo con un sorriso, piace definire la nostra esistenza all’amica Giosetta) emettono suoni di natura inorganica, certo, e che però metonimicamente ci paiono legati all’origine, alla matrice primigenia dei corpi cui si applicano. Credo sia stata di questo genere la scommessa di Massimo Bartolini nel concepire e realizzare Ur-Geräusch. Attraverso quello che può apparire un suono alieno, riscopriamo invece quanto abbiamo di più intimo: quell’alveo misteriosamente pre-linguistico che Roland Barthes chiamava «brusio della lingua» ma che non è altro, in effetti, che il respiro del nostro corpo. Ed è allora l’omaggio più sentito, questo suo, a un’arte che non gli appartiene ma che ammira con passione. Questa piccola e grande scoperta, infatti, i poeti la fanno da sempre.
Andrea Cortellessa
Gabriele Frasca
sezione premio: Poesia edita 2023 Vincitore
opera: Lettere a Valentinov
presentazione poeta: La lettura di questo libro è segnata da una sensazione di meraviglia per la complessità di spazi e di cronologie, di generi, trattamenti, figure, uno splendido giro di raffinata giostra letteraria, colta e moralmente alta. Con intima necessità si susseguono i contesti di formazione ed espressione di un Io evidentemente biografico e finalmente esposto, non rassegnato né in ombra. Un personaggio drammaticamente e storicamente costituito, ma anche un corpo linguistico che agisce, dice ironizza spiega con accenti anche metaletterari. Questa complessità non è mai centrifuga o persa ma tende ad una unitarietà di stile e di intenti, come un valore libertario nell’espressione e nell’ideologia, perfino nelle prose saggistico evocative dedicate allo stalinismo o nelle belle traduzioni di sonetti scespiriani. Lo sperimentalismo di Frasca si elèva in contrappunti fluidi, con una originale intensità metaforico discorsiva che volentieri assume una certa teatralità recitativa. Sono flussi privati, eventi e cronache della storia rivoluzionaria novecentesca, in una ricerca assidua di nuova politicità e contrapposizione, ancora più necessarie ora, addirittura per la sopravvivenza dell’umano, perché come afferma l’autore in esergo citando Trockij “Non conosco tragedia personale”.
Roberto Milana
Roberto Milana
Giovanna Frene
sezione premio: Poesia edita 2025
opera: Eredità ed estinzione
presentazione poeta: In Eredità ed estinzione Giovanna Frene espone la storia umana e la memoria biologica al fuoco della formalizzazione poetica. La raffinatissima costruzione formale delle singole parti e la studiata geometria solida dell’opera poetica, il cui baricentro è nella sezione Canzoni all’Italia, si lasciano invadere, e a sua volta lo inglobano, da un sistema di glosse che rinviano al piano della realtà storica e della memoria familiare. E se l’azione del soggetto arriva, “sanguinante, dal bordo della scena”, al centro si colloca uno sguardo la cui diplopia dispone in forma di endiadi la memoria e la distruzione, l’eredità biologica e l’estinzione, la parola poetica e quella dei soldati analfabeti, disegnando un percorso a ritroso, verso il “corpo esploso” della guerra, con i “cumuli di morti, tutt’ora morti, tutt’ora qui”, ma anche, per contro e per analogia, verso il campo di battaglia del corpo umano, raffigurato con la sarcastica immagine finale delle “cellule morte” che, invaso e conquistato il territorio delle “cellule vive”, piantano il “vessillo della vittoria”.
Marianna Marrucci
Marianna Marrucci