Finalisti del Premio Nazionale Elio Pagliarani
Tomaso Binga
sezione premio: Premio alla carriera 2020 Vincitore
presentazione poeta: Il corpo spiritoso della lettera / Premio nazionale Elio Pagliarani, sesta edizione / Motivazione del Premio alla Carriera a Tomaso Binga / Consegnato il 24 novembre 2020 / Poco prima che il mondo per noi si chiudesse, e ci mettesse in un castigo del quale ancora non vediamo neppure l’ora d’aria, una sede topica del lusso e della frivolezza come l’ultima sfilata della collezione prêt-à-porter di maison Dior, ai giardini del Musée Rodin, a sorpresa s’è riempita delle Scritture viventi e dell’Alfabetiere Murale di Tomaso Binga: un’artista che, con la sua innata irriverenza e la sua intatta forza di provocazione, mai avremmo immaginato potesse trovarsi a suo agio in quel contesto. A torto, evidentemente. Quello che è da sempre un tempio dell’icona femminile con intelligenza ha saputo riconoscere il valore, ma anche la seduzione, di chi da sempre ragiona su questo enigma – per noi maschietti – e su questa realtà – per loro femminucce. Del resto le Scritture viventi di Binga, nei ‘caldi’ anni Settanta, stiepidivano ben bene i fasti un po’ algidi delle «ginecografie» – come giusto allora le chiamava un soggiogato Roland Barthes – del genialissimo, spiritosissimo, frivolissimo Romain de Tirtoff, in arte Erté. Solo che al posto delle donne-sogno, delle donne-uccello, delle donne-colore screziatissime e drappeggiatissime dal genio dell’Art Nouveau, a campeggiare qui è un solo corpo di donna, perfettamente nudo e crudelmente anatomizzato dal bianco e nero: quello della stessa artista, certo.
Nondimeno – ripercorrendo una traiettoria, come quella di Binga, anche cronologicamente ormai ragguardevole – si finisce per pensare che un po’ in tutte le sue diverse o diversissime stagioni, pure nel suo caso, sempre sia stato vero quanto diceva appunto Barthes di Erté: al contempo la Donna presta «alla Lettera la sua figura», ma la Lettera altresì «conferisce alla Donna la sua astrazione». Tratto e icona, parola-segno e parola-corpo, spiazzante nonsense e slogan militante diventano con Binga una cosa sola. Se c’è una figura in cui scrittura delle immagini e figurazione delle parole da sempre s’incontrano con la “presenza” del corpo politico – lo «sperimentare con la vita», per dirla con Amelia Rosselli – questa è Tomaso Binga: poetessa sonora, giocosa performer e insieme artista visiva. Per prima cosa, infatti, Bianca Pucciarelli Menna pensò bene di scandalosamente ‘scrivere’ il proprio nome al maschile, quale Tomaso Binga appunto (rubando la costola di una «emme», ha spiegato, all’ammirato Marinetti): così, con gesto semplice quanto radicale, volendo segnare a dito millenni di discriminazione.
Né va trascurato – pensando ai Laboratori di Elio Pagliarani, che poco dopo si aggiunsero al panorama della medesima effervescente Roma di quegli anni – lo spazio espositivo-performativo del Lavatoio Contumaciale, realtà indipendente tuttora in attività al quale Binga diede vita nel ’74 insieme a suo marito, il grande critico d’arte Filiberto Menna, e presso il quale sono passati un po’ tutti i poeti e gli artisti, i musici e i teatranti inquieti di allora e di oggi.
Per omaggiare Tomaso Binga nella chiave della Sorellanza – parola che le piace più di «femminismo», termine a suo dire logorato – non potevamo pensare che a una vera e propria sorella maggiore, nella militanza verbovisiva non meno che in quella politica, come Mirella Bentivoglio: che nel ’78 invitò Binga alla grande mostra al femminile Materializzazione del linguaggio, da lei curata per la Biennale di Venezia. Nel ringraziare Giuseppe Garrera, che tanto va facendo in questi anni per valorizzare quest’«altra metà dell’avanguardia» – per così ricordare un altro corpo- e spirito-guida che ci ha appena lasciati, Lea Vergine – siamo felici di tracciare, grazie altresì alla generosità delle eredi Bentivoglio, una linea rossa tanto precisa quanto essenziale.
In tempi non sospetti, Binga ha raccontato di recente l’origine onomastica, in sé piuttosto misteriosa in effetti, del «luogo d’incontro e d’aggregazione» al quale ha legato il suo nome, i suoi nomi. «Lavatoio Contumaciale», stava dunque scritto a grandi caratteri smaltati – ancora il corpo della lettera! – su una targa di ferro all’ingresso di quello spazio abbandonato in cui s’imbatté, un bel giorno, dalle parti di Lungotevere Flaminio. Si trattava di un «lavatoio a distanza dove venivano lavati e bolliti i panni delle malattie infettive», e parve allora il nome più adatto a chi voleva «lavare e bollire le idee infette o passatiste». Oggi che contumaci ci tocca essere un po’ tutti, c’è solo da sperare che questa vocazione all’igiene intellettuale, e all’artistica guarigione, anche meno metaforicamente possa suonare come una parola di buon augurio.
Andrea Cortellessa
Nondimeno – ripercorrendo una traiettoria, come quella di Binga, anche cronologicamente ormai ragguardevole – si finisce per pensare che un po’ in tutte le sue diverse o diversissime stagioni, pure nel suo caso, sempre sia stato vero quanto diceva appunto Barthes di Erté: al contempo la Donna presta «alla Lettera la sua figura», ma la Lettera altresì «conferisce alla Donna la sua astrazione». Tratto e icona, parola-segno e parola-corpo, spiazzante nonsense e slogan militante diventano con Binga una cosa sola. Se c’è una figura in cui scrittura delle immagini e figurazione delle parole da sempre s’incontrano con la “presenza” del corpo politico – lo «sperimentare con la vita», per dirla con Amelia Rosselli – questa è Tomaso Binga: poetessa sonora, giocosa performer e insieme artista visiva. Per prima cosa, infatti, Bianca Pucciarelli Menna pensò bene di scandalosamente ‘scrivere’ il proprio nome al maschile, quale Tomaso Binga appunto (rubando la costola di una «emme», ha spiegato, all’ammirato Marinetti): così, con gesto semplice quanto radicale, volendo segnare a dito millenni di discriminazione.
Né va trascurato – pensando ai Laboratori di Elio Pagliarani, che poco dopo si aggiunsero al panorama della medesima effervescente Roma di quegli anni – lo spazio espositivo-performativo del Lavatoio Contumaciale, realtà indipendente tuttora in attività al quale Binga diede vita nel ’74 insieme a suo marito, il grande critico d’arte Filiberto Menna, e presso il quale sono passati un po’ tutti i poeti e gli artisti, i musici e i teatranti inquieti di allora e di oggi.
Per omaggiare Tomaso Binga nella chiave della Sorellanza – parola che le piace più di «femminismo», termine a suo dire logorato – non potevamo pensare che a una vera e propria sorella maggiore, nella militanza verbovisiva non meno che in quella politica, come Mirella Bentivoglio: che nel ’78 invitò Binga alla grande mostra al femminile Materializzazione del linguaggio, da lei curata per la Biennale di Venezia. Nel ringraziare Giuseppe Garrera, che tanto va facendo in questi anni per valorizzare quest’«altra metà dell’avanguardia» – per così ricordare un altro corpo- e spirito-guida che ci ha appena lasciati, Lea Vergine – siamo felici di tracciare, grazie altresì alla generosità delle eredi Bentivoglio, una linea rossa tanto precisa quanto essenziale.
In tempi non sospetti, Binga ha raccontato di recente l’origine onomastica, in sé piuttosto misteriosa in effetti, del «luogo d’incontro e d’aggregazione» al quale ha legato il suo nome, i suoi nomi. «Lavatoio Contumaciale», stava dunque scritto a grandi caratteri smaltati – ancora il corpo della lettera! – su una targa di ferro all’ingresso di quello spazio abbandonato in cui s’imbatté, un bel giorno, dalle parti di Lungotevere Flaminio. Si trattava di un «lavatoio a distanza dove venivano lavati e bolliti i panni delle malattie infettive», e parve allora il nome più adatto a chi voleva «lavare e bollire le idee infette o passatiste». Oggi che contumaci ci tocca essere un po’ tutti, c’è solo da sperare che questa vocazione all’igiene intellettuale, e all’artistica guarigione, anche meno metaforicamente possa suonare come una parola di buon augurio.
Andrea Cortellessa
Vito Bonito
sezione premio: Poesia edita 2015 Vincitore
opera: Soffiati via
biografia: (Bologna, 1963) tra i suoi libri Soffiati via (2015), Fioritura del sangue (2010), La vita inferiore (2004). Ha scritto saggi sulla poesia contemporanea, Pascoli, Beckett, Artaud, il cinema di Aristakisjan, Herzog, Korine
descrizione catalografica: Soffiati via / Vito M. Bonito. - Rovigo : Il Ponte del Sale, 2015. - 119 p. ; 20 cm. ((Collana: La porta delle lingue ; 35
presentazione poeta: «Soffiati via» giunge come più recente tappa di un percorso poetico che ha sempre tenuto lo sguardo fisso sui lembi più sfuggenti dell'esperienza umana, affrontando quindi i confini del dicibile senza nessuna resa all'ineffabile, con una crudeltà analitica che condensa nella brevità del dettato una narratività lucidamente estrema, capace di fondere le singolarità tragiche in una coralità senza redenzione
Carlo Bordini
sezione premio: Premio alla carriera 2017 Vincitore
biografia: Militante trotskista negli anni sessanta, è divenuto ricercatore presso il Dipartimento di Studi storici dell'Università La Sapienza di Roma. Influenzate da certe opere di Eliot, Guido Gozzano e soprattutto da Apollinaire, le sue poesie possono essere chiamate poesie narrative. Già nel 1975 Enzo Siciliano lesse un'opera densa di notizie così specifiche che sono ancora sorpreso di averle trovate con tanta tempestività. La sua ultima raccolta di poesie Sasso, è stata pubblicata da Scheiwiller nella collana Prosa e poesia diretta da Alfonso Berardinelli. Nel 1976, ha scritto su Pier Paolo Pasolini il saggio Un coraggio a metà. Sempre negli anni settanta, ha curato insieme a Antonio Veneziani il volume Dal Fondo la poesia dei marginali. Nel 1981, ha curato la prima edizione di Appunti sparsi e persi di Amelia Rosselli, Reggio Emilia, Cooperativa Aelia Laelia (1966-1977). Il suo primo libro in prosa, Manuale di autodistruzione, è stato subito tradotto in francese. Carlo Bordini è anche l'autore del romanzo Gustavo (Avagliano, Roma 2006). Ha curato insieme ad Andrea di Consoli il volume Renault 4, Scrittori a Roma prima della morte di Moro (Roma, Avagliano, 2007), in cui ha scritto il testo La Zona grigia. Le sue opere sono tradotte in spagnolo, svedese e soprattutto in francese. In Francia gli è stata dedicata una lunga intervista sulla rivista Europe. Ha scritto postfazioni per Daniela Negri, Mauro Fabi e la poetessa spagnola Guadalupe Grande. Collabora con L'Unità, con la rivista Poesia e con altre testate giornalistiche. È stato l'unico poeta italiano ad essere ospitato al Festival de Poesia Nicaraguense in febbraio 2008 e al Festival de poesia de Bogotà in maggio. Dopo questi viaggi, ha scritto Non è un gioco, appunti di viaggio sulla poesia in America latina (Luca Sossella, Roma, 2009) in cui definisce la poesia un piatto povero. Scrive lui: In Colombia la poesia è importante e non è avulsa dalla società. Forse sarebbe più giusto dire semplicemente che in Colombia la poesia è importante. Il resto viene da sé.
presentazione poeta: Sbagliarsi, correggersi, sbagliare meglio. Premio nazionale Elio Pagliarani, terza edizione. Motivazione del Premio alla Carriera a Carlo Bordini. Consegnato il 6 novembre 2017. Non ne so più di voi, ma sarei incline a ritenere non casuale il fatto che per questa serata sia stata scelta la data del 6 novembre: quella cioè in cui ricorrono cent'anni, cent'anni giusti, dalla presa del Palazzo d'Inverno a San Pietroburgo, e dunque dal momento in cui convenzionalmente datiamo la Rivoluzione bolscevica in Russia. Cioè la rivoluzione d'Ottobre. La quale - dunque - si consumò in novembre. Dipende com'è noto dai due diversi calendari allora vigenti qui e in Russia, il gregoriano e il giuliano; ma traguardato a un secolo di distanza questo errore di coincidenza, ancorché casuale, non può non apparirci emblematico. Non tutti ma molti di noi, infatti, si ostinano a pensare che quella fosse una rivoluzione giusta (o anche molto giusta), ancorché in seguito abbia preso una piega sbagliata (o anche molto sbagliata). Eccoci arrivati allora a cent'anni giusti da un grande sbaglio - o, forse, a cent'anni sbagliati da un grande atto di giustizia.
Non si potrebbe immaginare uno scrittore più giusto di Carlo Bordini, a cui guardare in questa circostanza di oggettivo smarrimento. Lui che, dello smarrimento della giusta strada rivoluzionaria, è stato il maggior cantore: nei versi di una produzione poetica a lungo dispersa e negletta (da lui forse per primo), e negli ultimi anni invece emersa dal letargo in tutta la sua potenza, riconosciuta da estimatori più o meno giovani fra le più importanti della sua generazione; e, forse soprattutto, in un testo in prosa, sorprendente quanto vulnerante, che l'anno scorso il complice di sempre, Luca Sossella, ha pubblicato col titolo Memorie di un rivoluzionario timido. Un romanzo totalmente legato all'autobiografia, lo definisce l'autore, che fonda la giustezza incontrovertibile del suo quanto mai erratico percorso, appunto, su una madornale fenomenologia dello sbaglio (o meglio, pensando ad Amelia Rosselli - che di Carlo fu amica - si dovrebbe dire lapsus): allegoria di una lotta contro la realtà, come chi dice io vi definisce la sua lunga militanza rivoluzionaria, questo strano sogno monastico, in una cellula trotskista clandestina infiltrata nel PCI. Una vita all'insegna dello sbaglio, che lo sbaglio - morfologico, sintattico, redazionale, tipografico - come detto allegorizza e insieme, in qualche modo, crudelmente irride.
E non si potrebbe immaginare un artista più giusto di Emilio Isgrò, per commentare da par suo quest'epica dello sbagliarsi. Che per una volta, in doppio omaggio all'intestatario del premio e a chi ne viene insignito, opera le sue cancellature, anziché in nero, in rosso. Rosso Pagliarani, intitola appunto Emilio il suo lavoro. Proviamo ancora col rosso. Proprio le Memorie di un rivoluzionario timido sono l'oggetto di questo lavoro: come a correggere severamente (ancorché non troppo severamente: a matita rossa infatti) l'elaborato di un discente testone. E forse le cancellature di Isgrò vanno sempre lette, anzitutto, come delle correzioni: in buona misura paradossali, dal momento che occultano quasi interamente, di norma, il testo che vorrebbero adeguare a una norma non meno imperscrutabile. Del resto lo stesso titolo del libro di Carlo, che, quasi in un ossimoro, mette insieme il sogno rivoluzionario e il temperamento della timidezza, par essere il frutto di una almeno parziale correzione, quella che i retori chiamano correctio. La quale, sempre a rigor di retorica, non è una cancellatura bensì una preterizione: si dice, e poi ci si corregge; ma in questo modo non si annulla quanto appena detto, piuttosto lo si rilancia in avanti - più o meno marcatamente cambiandolo di segno. È la dialettica che i filosofi chiamano Aufhebung: e che tendiamo a operare più spesso di quanto siamo disposti ad ammettere, forse, in letteratura come in politica.
Qualcuno mi ha riferito che Bordini starebbe riscrivendo da cima a fondo queste sue Memorie. Che le stia a sua volta cancellando, cioè, per farle di nuovo. Lui di mestiere ha fatto lo storico, si sa, e sa bene che un signore barbuto amava dire che le grandi tragedie della storia, quando si ripetono, ci appaiono come farse. Non so se sia sempre vero, questo, ma un altro signore che la barba non ce l'aveva, invece, una volta ha scritto: Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio.
Andrea Cortellessa
Non si potrebbe immaginare uno scrittore più giusto di Carlo Bordini, a cui guardare in questa circostanza di oggettivo smarrimento. Lui che, dello smarrimento della giusta strada rivoluzionaria, è stato il maggior cantore: nei versi di una produzione poetica a lungo dispersa e negletta (da lui forse per primo), e negli ultimi anni invece emersa dal letargo in tutta la sua potenza, riconosciuta da estimatori più o meno giovani fra le più importanti della sua generazione; e, forse soprattutto, in un testo in prosa, sorprendente quanto vulnerante, che l'anno scorso il complice di sempre, Luca Sossella, ha pubblicato col titolo Memorie di un rivoluzionario timido. Un romanzo totalmente legato all'autobiografia, lo definisce l'autore, che fonda la giustezza incontrovertibile del suo quanto mai erratico percorso, appunto, su una madornale fenomenologia dello sbaglio (o meglio, pensando ad Amelia Rosselli - che di Carlo fu amica - si dovrebbe dire lapsus): allegoria di una lotta contro la realtà, come chi dice io vi definisce la sua lunga militanza rivoluzionaria, questo strano sogno monastico, in una cellula trotskista clandestina infiltrata nel PCI. Una vita all'insegna dello sbaglio, che lo sbaglio - morfologico, sintattico, redazionale, tipografico - come detto allegorizza e insieme, in qualche modo, crudelmente irride.
E non si potrebbe immaginare un artista più giusto di Emilio Isgrò, per commentare da par suo quest'epica dello sbagliarsi. Che per una volta, in doppio omaggio all'intestatario del premio e a chi ne viene insignito, opera le sue cancellature, anziché in nero, in rosso. Rosso Pagliarani, intitola appunto Emilio il suo lavoro. Proviamo ancora col rosso. Proprio le Memorie di un rivoluzionario timido sono l'oggetto di questo lavoro: come a correggere severamente (ancorché non troppo severamente: a matita rossa infatti) l'elaborato di un discente testone. E forse le cancellature di Isgrò vanno sempre lette, anzitutto, come delle correzioni: in buona misura paradossali, dal momento che occultano quasi interamente, di norma, il testo che vorrebbero adeguare a una norma non meno imperscrutabile. Del resto lo stesso titolo del libro di Carlo, che, quasi in un ossimoro, mette insieme il sogno rivoluzionario e il temperamento della timidezza, par essere il frutto di una almeno parziale correzione, quella che i retori chiamano correctio. La quale, sempre a rigor di retorica, non è una cancellatura bensì una preterizione: si dice, e poi ci si corregge; ma in questo modo non si annulla quanto appena detto, piuttosto lo si rilancia in avanti - più o meno marcatamente cambiandolo di segno. È la dialettica che i filosofi chiamano Aufhebung: e che tendiamo a operare più spesso di quanto siamo disposti ad ammettere, forse, in letteratura come in politica.
Qualcuno mi ha riferito che Bordini starebbe riscrivendo da cima a fondo queste sue Memorie. Che le stia a sua volta cancellando, cioè, per farle di nuovo. Lui di mestiere ha fatto lo storico, si sa, e sa bene che un signore barbuto amava dire che le grandi tragedie della storia, quando si ripetono, ci appaiono come farse. Non so se sia sempre vero, questo, ma un altro signore che la barba non ce l'aveva, invece, una volta ha scritto: Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio.
Andrea Cortellessa
Alessandro Broggi
sezione premio: Poesia edita 2015
opera: Avventure minime
biografia: (1973), tra i suoi libri principali: Antologia (in AAVV, Prosa in prosa, Le Lettere 2009), Coffee-table book (Transeuropa 2011), Avventure minime (Transeuropa 2014), Protocoles (Benway Series 2014); dirige L'Ulisse e scrive/ha scritto su Nazione Indiana, GAMMM e PuntoCritico; biobibliografia.wordpress.com
descrizione catalografica: Avventure minime / Alessandro Broggi. - Massa : Transeuropa, 2014. - 124 p. ; 19 cm. ((Collana: Nuova poetica ; 12
presentazione poeta: «Avventure minime» sistematizza quattordici anni di scrittura di Alessandro Broggi. Nel libro si alternano verso e prosa, micronarrazioni e didascalie cinematografiche. Broggi si serve della lingua televisiva e giornalistica, di quella dei social network e dei reality show. Il suo scopo è rendere evidente l'inautenticità della narrazione quotidiane alle quali ricorriamo, e indurre a riflettere sui rapporti umani che ne derivano
Alessandro Burbank
sezione premio: Poesia inedita 2018 Vincitore
opera: Variazioni per occhi che oscillano
biografia: Partecipa alla scena del Poetry Slam italiano dal 2009. Ha partecipato alla realizzazione del documentario Revolution Art Poetry in Palestina. Ha vinto il concorso di poesia erotica Baffo/Zancopè. Ha ideato con il soviet lagunare BlareOut le tre edizioni del festival di poesia e musica Andata&Ritorno a Venezia. Coltiva Ha rapporti diretti con l'avanguardia londinese esibendosi a Londra e a Edimburgo. Si è esibito al MAXXI di Roma per Estate Italiana curato da Lello Voce e Valerio Magrelli. Ha ricevuto il premio Alfonso Gatto giovani 2017. Ha partecipato all'International Young Writers Meeting a Istanbul. Ha organizzato il primo Poetry Slam a bordo di barche tradizionali per i canali di Venezia, dove ha condotto anche #Versus! International Poetry Slam a Palazzo Grassi.
presentazione poeta: Le poesie di Burbank sono tappe di una fuga rimbaudiana dai contesti occlusi dove si declinano gli obblighi di ogni tipo di istituzione. La famiglia ad esempio ora illustrata coi pugni in tasca nel suo tremendo cerimoniale natalizio ora alzata a mito di Lari moderni nelle forti figure dei vecchi. La coppia e la sua aleatorietà. La natura, i luoghi sciolti dal loro materiale esserci, dalla loro funzione scenica %u2026Nuotavamo sulle alture/ Gli scogli sembravano montagne./ Pesci volanti alberi di alghe%u2026 E poi l'altro, la persona, in una classificazione illuminista di falsi umani in continua alienata apparizione. Non c'è sdegno o critica o dialettica nelle poesie di Burbank ma tanta rivolta come non se ne vedeva da tempo, quella totale, di coltivata follia, col suo linguaggio nuovo, di libertà dei sensi e di confine psichico, che si dà in genere furiosamente da giovani quando si costituisce il discorso personale del corpo e del mondo.
Valeria Cagnazzo
sezione premio: Poesia inedita 2023 Vincitore
opera: Il libro delle risurrezioni
presentazione poeta: Convitato di pietra della nuova opera di Valeria Cagnazzo è la morte, evocata sin dalle epigrafi e dai primi, determinanti versi: «Quando il venti di settembre mio padre salpò per la caccia alla balena / dalla baia di Torre Lapillo con una compagnia di tonno in scatola, / ero troppo piccola perché la morte potesse riguardare qualcuno / all’infuori di me». Il libro delle risurrezioni affronta la presenza-assenza della morte lavorando in particolare sul rapporto tra trasformazione e finitudine. Cagnazzo aggredisce certezze che sembrerebbero salvaguardare dall’azione disgregatrice della Mors: in queste pagine, la famiglia non è un luogo sicuro, così come gli oggetti della quotidianità stanno lì a ricordare sempre la dialettica che permea tutto il libro Attraverso un vocabolario amplissimo e sfruttando un verso prolungato e fortemente ritmico, la morte stessa viene desacralizzata, denudata nella sua insensatezza in sette prose in prosa, e ancora fatta oggetto degli strali d’autrice. Non è una religione a poter salvare, come dimostra il trittico dal titolo Teologia nel quale si dice con chiarezza che «Dio non merita grande risalto in questa storia, né invidia eccessiva» e che un Paradiso può essere accettato solo se “aperto” all’alterità creaturale di animali come il «pesce- zebra» o il «treponema che dà la sifilide. Altra è l’allegoria a cui Cagnazzo affida il senso ultimo del suo libro. Al centro della sezione finale stanno le moleche, cioè i granchi verdi nella fase di muta: quando si “trasformano” cominciano una nuova vita, avendo superato una morte praticamente annunciata, ma perché questa nuova vita possa anche solo essere ipotizzata è obbligatorio uno sforzo di tenerezza. Con la sua sapiente costruzione macrotestuale e un potente immaginario che parte dai lidi marittimi per solcarne i confini col mondo ctonio, Il libro delle risurrezioni riesce ad affrontare il tema mortuale unendo rigore prospettico e creatività formale; un libro, quello di Cagnazzo, che è destinato a interrogarci di lettura in lettura.
Giuseppe Andrea Liberti
Giuseppe Andrea Liberti