Bordini Carlo

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sezione premio

Premio alla carriera 2017

biografia

Militante trotskista negli anni sessanta, è divenuto ricercatore presso il Dipartimento di Studi storici dell'Università La Sapienza di Roma. Influenzate da certe opere di Eliot, Guido Gozzano e soprattutto da Apollinaire, le sue poesie possono essere chiamate poesie narrative. Già nel 1975 Enzo Siciliano lesse un'opera densa di notizie così specifiche che sono ancora sorpreso di averle trovate con tanta tempestività. La sua ultima raccolta di poesie Sasso, è stata pubblicata da Scheiwiller nella collana Prosa e poesia diretta da Alfonso Berardinelli. Nel 1976, ha scritto su Pier Paolo Pasolini il saggio Un coraggio a metà. Sempre negli anni settanta, ha curato insieme a Antonio Veneziani il volume Dal Fondo la poesia dei marginali. Nel 1981, ha curato la prima edizione di Appunti sparsi e persi di Amelia Rosselli, Reggio Emilia, Cooperativa Aelia Laelia (1966-1977). Il suo primo libro in prosa, Manuale di autodistruzione, è stato subito tradotto in francese. Carlo Bordini è anche l'autore del romanzo Gustavo (Avagliano, Roma 2006). Ha curato insieme ad Andrea di Consoli il volume Renault 4, Scrittori a Roma prima della morte di Moro (Roma, Avagliano, 2007), in cui ha scritto il testo La Zona grigia. Le sue opere sono tradotte in spagnolo, svedese e soprattutto in francese. In Francia gli è stata dedicata una lunga intervista sulla rivista Europe. Ha scritto postfazioni per Daniela Negri, Mauro Fabi e la poetessa spagnola Guadalupe Grande. Collabora con L'Unità, con la rivista Poesia e con altre testate giornalistiche. È stato l'unico poeta italiano ad essere ospitato al Festival de Poesia Nicaraguense in febbraio 2008 e al Festival de poesia de Bogotà in maggio. Dopo questi viaggi, ha scritto Non è un gioco, appunti di viaggio sulla poesia in America latina (Luca Sossella, Roma, 2009) in cui definisce la poesia un piatto povero. Scrive lui: In Colombia la poesia è importante e non è avulsa dalla società. Forse sarebbe più giusto dire semplicemente che in Colombia la poesia è importante. Il resto viene da sé.

presentazione poeta

Sbagliarsi, correggersi, sbagliare meglio. Premio nazionale Elio Pagliarani, terza edizione Motivazione del Premio alla Carriera a Carlo Bordini Consegnato il 6 novembre 2017. Non ne so più di voi, ma sarei incline a ritenere non casuale il fatto che per questa serata sia stata scelta la data del 6 novembre: quella cioè in cui ricorrono cent’anni, cent’anni giusti, dalla presa del Palazzo d’Inverno a San Pietroburgo, e dunque dal momento in cui convenzionalmente datiamo la Rivoluzione bolscevica in Russia. Cioè la rivoluzione d’Ottobre. La quale — dunque — si consumò in novembre. Dipende com’è noto dai due diversi calendari allora vigenti qui e in Russia, il gregoriano e il giuliano; ma traguardato a un secolo di distanza questo errore di coincidenza, ancorché casuale, non può non apparirci emblematico. Non tutti ma molti di noi, infatti, si ostinano a pensare che quella fosse una rivoluzione giusta (o anche molto giusta), ancorché in seguito abbia preso una piega sbagliata (o anche molto sbagliata). Eccoci arrivati allora a cent’anni giusti da un grande sbaglio — o, forse, a cent’anni sbagliati da un grande atto di giustizia. Non si potrebbe immaginare uno scrittore più giusto di Carlo Bordini, a cui guardare in questa circostanza di oggettivo smarrimento. Lui che, dello smarrimento della giusta strada rivoluzionaria, è stato il maggior cantore: nei versi di una produzione poetica a lungo dispersa e negletta (da lui forse per primo), e negli ultimi anni invece emersa dal letargo in tutta la sua potenza, riconosciuta da estimatori più o meno giovani fra le più importanti della sua generazione; e, forse soprattutto, in un testo in prosa, sorprendente quanto vulnerante, che l’anno scorso il complice di sempre, Luca Sossella, ha pubblicato col titolo Memorie di un rivoluzionario timido. Un romanzo totalmente legato all’autobiografia, lo definisce l’autore, che fonda la giustezza incontrovertibile del suo quanto mai erratico percorso, appunto, su una madornale fenomenologia dello sbaglio (o meglio, pensando ad Amelia Rosselli — che di Carlo fu amica — si dovrebbe dire lapsus): allegoria di una lotta contro la realtà, come chi dice io vi definisce la sua lunga militanza rivoluzionaria, questo strano sogno monastico, in una cellula trotskista clandestina infiltrata nel PCI. Una vita all’insegna dello sbaglio, che lo sbaglio — morfologico, sintattico, redazionale, tipografico — come detto allegorizza e insieme, in qualche modo, crudelmente irride. E non si potrebbe immaginare un artista più giusto di Emilio Isgrò, per commentare da par suo quest’epica dello sbagliarsi. Che per una volta, in doppio omaggio all’intestatario del premio e a chi ne viene insignito, opera le sue cancellature, anziché in nero, in rosso. Rosso Pagliarani, intitola appunto Emilio il suo lavoro. Proviamo ancora col rosso. Proprio le Memorie di un rivoluzionario timido sono l’oggetto di questo lavoro: come a correggere severamente (ancorché non troppo severamente: a matita rossa infatti) l’elaborato di un discente testone. E forse le cancellature di Isgrò vanno sempre lette, anzitutto, come delle correzioni: in buona misura paradossali, dal momento che occultano quasi interamente, di norma, il testo che vorrebbero adeguare a una norma non meno imperscrutabile. Del resto lo stesso titolo del libro di Carlo, che, quasi in un ossimoro, mette insieme il sogno rivoluzionario e il temperamento della timidezza, par essere il frutto di una almeno parziale correzione, quella che i retori chiamano correctio. La quale, sempre a rigor di retorica, non è una cancellatura bensì una preterizione: si dice, e poi ci si corregge; ma in questo modo non si annulla quanto appena detto, piuttosto lo si rilancia in avanti — più o meno marcatamente cambiandolo di segno. È la dialettica che i filosofi chiamano Aufhebung: e che tendiamo a operare più spesso di quanto siamo disposti ad ammettere, forse, in letteratura come in politica. Qualcuno mi ha riferito che Bordini starebbe riscrivendo da cima a fondo queste sue Memorie. Che le stia a sua volta cancellando, cioè, per farle di nuovo. Lui di mestiere ha fatto lo storico, si sa, e sa bene che un signore barbuto amava dire che le grandi tragedie della storia, quando si ripetono, ci appaiono come farse. Non so se sia sempre vero, questo, ma un altro signore che la barba non ce l’aveva, invece, una volta ha scritto: Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio. Andrea Cortellessa