Niccolai Giulia

niccolai

sezione premio

Premio alla carriera 2016

presentazione poeta

L’arte del pericolo. - In uno dei Nuovi Frisbees che sorvolano ronzanti la gioiosa vecchiaia di Giulia Niccolai si legge: «Come eravamo, / come potevamo essere / pericolosi da giovani, / mine vaganti gli uni / per gli altri, e come / siamo innocui, ora». C’è molto della sua ineguagliabile ironia, in questi pochi versi che tracciano il consuntivo insieme di una stagione remota — l’ultima che poté dirsi a pieno titolo “d’avanguardia”, negli anni Sessanta — ma anche di quella presente — in cui questa parola, «avanguardia», non la si pronuncia più neppure per scherzo.
Il pericolo e l’innocuità. L’azzardo e il ripiegamento. C’è pure, in cifra, la storia di una vita — quella di Giulia — che nella prima metà è stata improntata al viaggio — non so quanto pericoloso, certo avventuroso — fra i continenti, fra le loro lingue, fra le loro parole, fra queste e le immagini. Mentre, nella sua seconda parte, pare aver trovato la pace, geografica quanto spirituale, nella meditazione buddista.
A noi, che la pace invece non abbiamo ancora trovato, il compito di riflettere — tanto su questa innocuità che su quel pericolo. Il «pericolo» non è solo quello, metaforico, di chi si divertiva a pungere, e pungersi, con parole un filo più appuntite della media: se è vero che Giulia ha fatto parte di un cenacolo, quello del Mulino di Bazzano, i cui altri esponenti si sono rivelati «mine vaganti» anzitutto per loro stessi (e che infatti non ci sono più da tanto tempo). Ma i versi citati, lo si diceva, sono un perfetto esempio di quell’ironia che di Giulia è senza dubbio la musa. Ancor oggi, infatti, seppure in modi diversi da quelli di quei tempi pericolosi, il suo linguaggio non rovescia le cose: rovescia se stesso.
Per questo ci è parso opportuno — ricordando gli inizi di Giulia fotografa, e il suo esordio letterario che alla fotografia sin dal titolo è dedicato, Il grande angolo — associare al suo nome quello di un’altra artista di oggi, la fotografa Marina Ballo Charmet, che come lei ci parla di pericoli: anche se sottilissimi, ai limiti dell’impercettibile (dunque i più traditori, a ben vedere). Nella sua serie Con la coda dell’occhio, di una ventina d’anni fa, Marina mette a punto una poetica dello sbordamento e del disassamento, e fissa nelle sue immagini quella che gli psicoanalisti chiamano visione laterale: che percepisce senza accorgersene e i cui oggetti risalgono alla coscienza, dunque, solo après coup. Un po’ come i Frisbees di Giulia: che a volte comprendiamo, a loro volta, con qualche attimo di ritardo.
È in quell’attimo di sospensione che si produce lo spostamento. E che, per quanto microscopicamente, ci si mette — appunto — in una condizione di pericolo. Dove nulla è garantito, stabilito, dato una volta per tutte. Se la geografia fantastica è stata un cavallo di battaglia di Giulia nella prima stagione, essa in effetti percorre tutta la sua opera. Perché, date queste caratteristiche, ogni sua poesia è sempre qui, concretissima nella sua materialità, ma — anche — sempre altrove.
Un filosofo che non si voleva affatto innocuo (e in effetti non si può dire lo sia stato), Friedrich Nietzsche, una volta ha paragonato il pensatore a una freccia scoccata dalla natura, che un altro pensatore raccoglie nel punto in cui è caduta per lanciarla altrove. I Frisbees non sono frecce, poiché il loro scopo non è trafiggere — non materialmente, quanto meno — la persona cui vengono indirizzate; ma funzionano allo stesso modo. Quella di Giulia Niccolai è una poesia che viene lanciata lontano perché qualcuno, da qualche parte, la raccolga; la faccia sua; la rilanci ancora.